L’incubo dell’affitto a Treviso e in Italia: i canoni volano, gli stipendi restano a terra

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L’equazione, per quanto cruda, non ammette più soluzioni semplicistiche: se da un lato il diritto alla casa si scontra quotidianamente con un mercato immobiliare impazzito, dall’altro le economie domestiche e le stesse imprese trevigiane – che di quei lavoratori vivono – iniziano a mostrare crepe preoccupanti.

A fotografare il divario, ormai incolmabile, tra il costo di un tetto e la busta paga media, è l’ultima elaborazione della Cna (Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media Impresa), la quale, basandosi sui dati dell’Osservatorio del Mercato Immobiliare dell’Agenzia delle Entrate, ha messo nero su bianco una tendenza che riguarda da vicino anche la Marca Trevigiana.

Prendendo come riferimento un trilocale standard da 70 metri quadrati – la metratura tipo per una famiglia o un giovane professionista – il canone di locazione mensile nel capoluogo è schizzato da 620 euro del 2019 a 775 euro nel 2025. Un incremento del 25% che, tradotto in termini economici, pesa come un macigno sul reddito disponibile, soprattutto se lo si confronta con la crescita degli stipendi, ferma a un misero +10% nello stesso arco temporale.

Un affitto che divora il salario: il caso di Treviso e la classifica nazionale

Ma cosa significa, questo scarto, per un lavoratore dipendente? I conti, purtroppo, tornano sempre a svantaggio del cittadino. Considerando una retribuzione media mensile che si aggira attorno ai 1.950 euro netti, destinare circa 775 euro al solo locatore significa vedersi erodere quasi il 40% del proprio stipendio ogni trenta giorni. Un peso specifico, questo, che su base annua si traduce in una cifra vicina ai 9.300 euro, l’equivalente di quasi cinque mensilità lavorative interamente assorbite dal solo costo della casa.

Una dinamica che, sebbene Treviso cerchi di restare ai margini della top ten nazionale – occupando il 29° posto per incremento dei canoni e il 23° per incidenza sul reddito – non le impedisce di restare un osservatorio privilegiato di una crisi che sta cambiando la morfologia sociale della città.

Il presidente provinciale della Cna, Gianpaolo Stocco, ha recentemente sottolineato come il fenomeno abbia ormai superato la soglia della mera emergenza sociale per trasformarsi in un vero e proprio freno economico: quando una fetta così rilevante della busta paga viene incamerata dai muri di casa, crolla la capacità di spesa delle famiglie, ma soprattutto, viene inibita la mobilità professionale, rendendo difficoltoso per le piccole e medie imprese del territorio attrarre manodopera qualificata da fuori regione.

Da Milano a Firenze, la morsa dei rincari nelle metropoli

Se Treviso rappresenta un campanello d’allarme significativo, spostando lo sguardo verso i grandi poli metropolitani la fotografia diventa ancora più drammatica. L’indagine della Cna, analizzando i 109 capoluoghi di provincia, ha infatti restituito un primato poco invidiabile per due città simbolo del Made in Italy e della finanza: Milano e Firenze. In questi due centri, dal 2019 al 2025, il costo degli affitti ha bruciato ogni record con un balzo del 49%, praticamente la metà in più in soli sei anni.

Nel capoluogo lombardo, un appartamento delle stesse dimensioni (70 mq) supera ormai abbondantemente quota 1.800 euro al mese, mentre a Firenze la cifra si attesta su una media di 1.340 euro. Sono rincari che non trovano giustificazione nell’andamento delle retribuzioni, aumentate in modo molto più lento, rendendo così l’accesso alla casa un lusso per pochi.

Non solo: a Milano, secondo le rilevazioni incrociate, l’affitto arriva a divorare oltre il 60% dello stipendio netto di un operaio, una soglia che in termini statistici definisce un vero e proprio stato di “affitto pesante”.

Le conseguenze sul mercato del lavoro e la richiesta di un piano casa

Il filo rosso che lega il mattone all’economia reale è, a questo punto, fin troppo evidente. Il caro-canoni, infatti, non è solo un problema per chi cerca casa, ma si sta rivelando un’arma a doppio taglio anche per il tessuto imprenditoriale. Se un tecnico specializzato o un giovane artigiano non può permettersi di trasferirsi a Treviso – o peggio a Milano – perché l’intero stipendio andrebbe a finire nelle tasche del proprietario di casa, l’azienda si ritrova con un buco nell’organico difficile da tappare.

Stiamo assistendo a una paralisi della mobilità interna: l’aumento medio dei canoni del 19-25% rende proibitivo qualsiasi progetto di vita che implichi un cambio di città. Ecco perché, nella presa d’atto di questi numeri, la Cna ha rilanciato la necessità di un intervento strutturale.

L’invito, rivolto alle istituzioni, è quello di mettere in campo politiche abitative serie – un Piano casa vero – che incentivino il recupero del patrimonio edilizio esistente e aumentino l’offerta di alloggi a canone concordato, perché senza una casa accessibile, si rischia di soffocare la ripresa e l’occupazione sul nascere.

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