Libano, la strage israeliana non si ferma: 1.247 persone uccise e 3.680 ferite dall’inizio della guerra di Netanyahu
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Redazione Esteri
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L’offensiva militare che Israele conduce sul territorio libanese, e che il governo di Beirut non esita a definire una vera e propria strage, prosegue senza soste né cedimenti, alimentando un bollettino di vittime che ormai supera ogni argine della cosiddetta soglia di tollerabilità. Secondo gli aggiornamenti forniti dal ministero della Salute libanese, dall’avvio delle operazioni israeliane – il 2 marzo scorso, va ricordato – si contano almeno 1.247 morti e 3.680 feriti, un numero destinato purtroppo ad aggravarsi con il passare delle ore, tra raid aerei che non risparmiano aree residenziali e incursioni terrestri nel sud del paese. Si tratta di cifre che parlano da sole, senza bisogno di enfasi retorica: oltre mille persone uccise, migliaia di feriti, una crisi umanitaria che ormai nessuno, nemmeno gli osservatori internazionali più cauti, può continuare a ignorare.
Beirut e la periferia sud: un edificio residenziale nel quartiere di Al-Rehab ridotto in macerie
Un attacco israeliano ha centrato in pieno un edificio residenziale nel quartiere di Al-Rehab, alla periferia sud della capitale libanese. Le immagini diffuse dalla zona mostrano danni ingenti alla struttura – si parla di crolli parziali e di intere facciate divelte – e una devastazione che si estende anche alle aree circostanti, con vetrine in frantumi e automobili accartocciate sotto le macerie. L’esercito israeliano, come di consueto nei suoi comunicati, ha rivendicato la mira dichiarando di aver preso di mira infrastrutture riconducibili a Hezbollah. Il ministero della Salute di Beirut, dal canto suo, ha ribadito che tra le vittime degli attacchi – complessivamente oltre mille dall’inizio della guerra – figurano bambini, donne e personale medico, un dettaglio che nessuna versione ufficiale potrà mai cancellare.
Tre giornalisti uccisi deliberatamente nel sud del Libano, Israele rivendica l’attacco
Non è stato un errore tattico, né un tragico incidente di guerra. L’esercito israeliano ha ucciso tre giornalisti nel sud del Libano con un attacco mirato, e lo ha fatto esplicitamente rivendicare. Le vittime si chiamano Fatima Ftouni e Mohammed Ftouni, entrambi dell’emittente televisiva Al-Mayadeen, e Ali Shuaib, cronista di Al-Manar. Israele ha giustificato l’azione puntando il dito contro Shuaib, accusato – senza che sia stata fornita alcuna prova, né resa pubblica alcuna documentazione – di essere un infiltrato di Hezbollah. Una giustificazione che per molti osservatori suona come una pericolosa normalizzazione dell’uccisione di operatori dell’informazione, i quali, va detto, operavano in una zona di guerra coperti dalla protezione prevista dal diritto internazionale umanitario.
Nuovo raid su Shaqra, cinque morti e bilancio che sale a 1.238 vittime totali
Domenica sera un altro attacco aereo israeliano ha colpito la città di Shaqra, nel Libano meridionale, uccidendo cinque persone e ferendone altre due. L’incursione, che rientra nella continua escalation militare lungo il confine, ha centrato direttamente il centro abitato, senza apparenti obiettivi militari visibili sul terreno. Il ministero della Salute libanese ha così aggiornato il conteggio complessivo delle vittime dall’inizio delle operazioni, il 2 marzo: 1.238 morti e 3.543 feriti. Numeri che crescono raid dopo raid, bombardamento dopo bombardamento, mentre la comunità internazionale – quella stessa che pure invoca de-escalation – assiste senza interventi concreti.




