Il peso delle scelte: Panatta e l’errore di Alcaraz con Ferrero

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Redazione Sport Redazione Sport   -   «Secondo me ha sbagliato a lasciare Juan Carlos Ferrero, che è uno tosto, difficile ma è anche un grande conoscitore di tennis». Chi parla, seduto ieri sera al tavolo della Domenica Sportiva, è Adriano Panatta. E il giocatore in questione, oggetto di questa analisi tanto netta quanto misurata, è Carlos Alcaraz. Il campione spagnolo, a dispetto di un palmarès che a soli 21-22 anni potrebbe far invidia a intere generazioni – lo ricordiamo – avrebbe cioè commesso un errore di valutazione proprio nel momento in cui, forte di quei trofei, ha scelto di allontanare il tecnico che lo aveva plasmato. Panatta, con la franchezza che lo contraddistingue, non usa giri di parole: Ferrero, spiega, non è certo un accomodante maestro di vita, bensì una figura tosta, esigente; ed è proprio quella durezza, unita a una competenza rara, a fare la differenza in una fase delicata della carriera. «Carlos – prosegue l’ex vincitore del Roland Garros – è diventato più intraprendente e ha sbagliato». Un giudizio secco, che lascia poco spazio a interpretazioni: l’intraprendenza, se non incanalata dalla giusta guida, rischia di trasformarsi in un vicolo cieco. E aggiunge, quasi a mo’ di auspicio personale: «Sarei felice per lui se tornasse con Ferrero».

Il rapporto allenatore-allievo secondo Panatta: né genitori né confessori

Ma il discorso di Panatta non si ferma al caso specifico; anzi, da quell’episodio l’ex tennista romano estrae una riflessione più ampia, quasi una teoria del mestiere. Gli allenatori, a suo avviso, non devono interpretare ruoli che non gli competono: non sono genitori, né tantomeno confessori. Il loro compito, più concreto e severo, consiste invece nel saper spingere il giocatore a compiere «quel salto di qualità in linea con la tua età». Una frase che pesa come un macigno, perché rimanda a una gradualità spesso dimenticata: non si tratta di insegnare colpi nuovi a un ventenne già affermato, ma di accompagnarlo nella transizione mentale verso la maturità. Un equilibrio sottile, dove la componente umana non deve mai soffocare quella tecnica. E Panatta, che di salti ne ha fatti eccome – suo il trionfo a Roma e Parigi nel 1976 – parla con l’autorevolezza di chi quella strada l’ha percorsa.

Lo “schiaffo” degli Internazionali di Roma: nessun invito per l’icona del 1976

A due settimane dal via del torneo più atteso della primavera capitolina, un altro fronte si apre però sul fronte italiano. Stavolta, a far discutere, non è un consiglio tecnico bensì un’assenza pesante, quella di Panatta stesso dalla tribuna d’onore degli Internazionali d’Italia. In un’intervista rilasciata a *Repubblica*, la leggenda del tennis nostrano ha rivelato un dettaglio che sa di vero e proprio caso: ad oggi, la sua sedia risulta ancora vuota. Nessuna chiamata, nessun invito. «Magari ci ripensano...», ha commentato con un misto di ironia e amarezza colui che, mezzo secolo fa, regalò all’Italia l’ultimo successo maschile al Foro Italico. Un’assenza che stride, e non poco, con il ruolo simbolico che Panatta continua a ricoprire: non solo per quel lontano 1976, ma per la sua voce sempre ascoltata nel dibattito tennistico. Il silenzio degli organizzatori, di fronte a un personaggio del genere, appare quanto meno singolare.

Sinner, Alcaraz e la felicità: un altro spunto dal passato

Panatta, lo si è visto, non si limita a recriminare. In un altro passaggio della stessa intervista, l’attenzione si sposta sul presente azzurro, su Jannik Sinner. «Marziano», lo definisce con un termine che sa di encomio antico. E, a proposito della sfida generazionale con Alcaraz, lancia una chiave di lettura semplice solo in apparenza: «la felicità può fare la differenza». Un’affermazione che, letta insieme al resto, assume un significato preciso: non basta la potenza, non bastano i colpi; serve quella serenità interiore che solo un rapporto sano con il proprio lavoro e con la propria guida tecnica può garantire. Panatta, del resto, ha aperto da poco un centro sportivo a Treviso, dove il core-business è ovviamente il tennis. E lì, a contatto con la realtà quotidiana dei giovani e dei loro genitori, conferma un’altra sua convinzione: «Tutti i genitori pensano di avere un campione tra le mani, per cui è difficile riportarli alla realtà. Io non vendo illusioni. Uno su 100.000 forse riesce a diventare un giocatore, lì cambiano le cose, e cambia anche il rapporto tra il tecnico e il ragazzo». Nessuna concessione al buonismo, dunque. Solo fatti, e la memoria di un pomeriggio lontano: il 30 maggio 1976, quando Panatta infilò Guillermo Vilas con un delicato dritto lungolinea, e Gianni Minà scendeva in campo tra un game e l’altro. Mezzo secolo dopo, quella vittoria resta un unicum. E chissà che Sinner, finalmente, non possa spezzare l’incantesimo.

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