Pietracatella, la procura conferma l’avvelenamento da ricina. Il cellulare di Alice nel mirino degli inquirenti
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Redazione Interno
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A distanza di mesi da quel tragico Natale, la procura di Larino ha infine acquisito la certezza che uccise Sara Di Vita, quindicenne, e sua madre Antonella Di Ielsi, cinquantenne: si è trattato di una "grave intossicazione acuta da ricina". La relazione, giunta dal centro antiveleni dell’IRCCS Maugeri di Pavia, ha fugato ogni residuo dubbio sulla causa dei decessi, concentrando ora le attenzione dei magistrati su due fronti distinti ma ugualmente complessi: da un lato il fascicolo per duplice omicidio volontario e premeditato – che al momento procede contro ignoti – e dall’altro quello per omicidio colposo, che vede iscritti nel registro degli indagati cinque medici dell’ospedale Cardarelli di Campobasso, sospettati di non aver tempestivamente riconosciuto la gravità dei sintomi.
Se la causa della morte è accertata, quelle che restano da chiarire – e che rappresentano il vero nodo del giallo di Pietracatella – sono l’origine della tossina e le modalità con cui è stata somministrata. Mentre si cercano tracce della pianta di ricino nei dintorni (verifiche sono state disposte in scuole, vivai e terreni agricoli), l’attenzione degli investigatori si è spostata in modo significativo sui dispositivi elettronici della famiglia. In particolare, è stato disposto il sequestro – o meglio, l’acquisizione come atto irripetibile – dello smartphone di Alice Di Vita, la figlia diciannovenne sopravvissuta alla strage famigliare perché assente a una delle cene del 23 dicembre, quando uscì con gli amici.
Chat, appunti e posizioni: cosa cercano i pm nel telefono della superstite
L’analisi forense, che si terrà il 28 aprile a Campobasso, coprirà un arco temporale preciso: gli ultimi cinque mesi, a partire dal dicembre della tragedia fino ad aprile. Il decreto della procuratrice Elvira Antonelli è minuzioso: si vogliono estrarre tutte le chat, le e-mail e le conversazioni social tra la ragazza e i suoi familiari, compresi i messaggi con la madre e la sorella ormai defunte. Non solo: sono sotto la lente anche gli appunti personali che Alice avrebbe scritto nel telefono, nei quali pare avesse annotato i menu consumati dalla famiglia in quei maledetti giorni di festa, dal 22 al 25 dicembre. La Procura vuole anche ricostruire la cronologia delle navigazioni su Internet e – aspetto particolarmente delicato – la geolocalizzazione del dispositivo nelle ore cruciali dei malori. L’obiettivo dichiarato è duplice: fare luce sui rapporti intercorrenti all’interno della famiglia Di Vita e verificare la catena di comunicazioni durante i primi ricoveri, quando si sospettava ancora una banale tossinfezione alimentare.
Nonostante l’attenzione sia concentrata sul cellulare della ragazza, gli inquirenti hanno chiarito che Alice, al momento, è considerata "parte offesa" – esattamente come il padre Gianni Di Vita – e non è indagata per l’omicidio volontario. Secondo la procura, lo smartphone di Alice rappresenta un fondamentale "contenitore di memoria" del periodo, essendo stata la figlia maggiore il punto di collegamento tra i sanitari e il resto della famiglia durante il ricovero. Esattamente per questo motivo, il padre e marito Gianni Di Vita non ha subito il sequestro del proprio telefono, sebbene i suoi legali abbiano dichiarato la massima disponibilità a consegnarlo qualora fosse richiesto.
Il rebus delle analisi sul padre e le dichiarazioni del nuovo legale
Restano inalterate le riserve scientifiche sulla figura di Gianni Di Vita, l’unico dei commensali ad aver contratto il veleno senza riportare conseguenze letali. Gli accertamenti tossicologici hanno accertato la sua negatività alla ricina, ma i periti hanno gettato un’ombra di forte ambiguità su questo risultato. Come riferito dalla stessa procura, il Centro antiveleni ha dovuto ammettere che la negatività è "compatibile sia con l’eventuale assenza della proteina nel sangue al momento del prelievo, sia con la possibile degradazione, anche completa, in ragione del tempo trascorso tra il prelievo e l’esecuzione delle analisi". In parole povere, i campioni potrebbero essersi degradati nell’arco dei mesi, cancellando le tracce del veleno. Questo non fa di lui un indagato, ma certamente non lo scagiona in via definitiva.
La difesa di Gianni Di Vita ha cambiato recentemente volto. Dopo la rinuncia all’incarico del precedente avvocato Arturo Messere, è subentrato Vittorino Facciolla. Quest’ultimo, commentando l’acquisizione del telefono di Alice, ha speso parole di rassicurazione piuttosto singolari: "Stento a pensare che una ragazzina di 18 anni possa essere coinvolta in una cosa che neanche il Mossad era in grado di poter gestire". Una dichiarazione che, nel definire la complessità dell’avvelenamento quasi "da intelligence", solleva implicitamente il livello di allarme sulla pericolosità della sostanza rinvenuta. Facciolla ha dichiarato che il padre di famiglia non ha la minima idea di cosa possa essere accaduto e che la loro unica preoccupazione è collaborare, mettendo a disposizione anche gli altri dispositivi elettronici della famiglia se necessario. L’esito degli accertamenti sul cellulare è atteso entro sessanta giorni, mentre il medico legale ha rinviato a maggio la consegna della perizia definitiva.




