Gomorra - Le origini, il ritorno alle radici di Pietro Savastano in una Napoli che non c'è più
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Dal 9 gennaio, Sky riporta gli spettatori nei vicoli di Napoli con “Gomorra - Le origini”, una operazione narrativa, diretta da Marco D’Amore, che non si limita a essere un semplice prequel. La scelta, sia per chi guarda che per chi ha creato la serie, è infatti di tornare a una storia già nota ma da una prospettiva del tutto inedita, attingendo dalla stessa fonte d’ispirazione per porsi domande diverse. Se la serie originale, partita dalla regia di Stefano Sollima, aveva l’obiettivo dichiarato di riflettere con fedeltà le dinamiche contemporanee della criminalità organizzata, questo nuovo capitolo compie un salto temporale fondamentale, scavando nel passato per rivelare le fondamenta su cui quel potere si è costruito.
Il contesto storico e umano di una formazione criminale
Ambientata a partire dal 1977, la serie dipinge un affresco storico e sociale di una città in profonda trasformazione, segnata da una povertà diffusa e dal contrabbando, ma soprattutto dall’arrivo dell’eroina, una presenza che cominciava già a ridisegnare, in modo subdolo, le gerarchie e gli equilibri del malaffare. In questo panorama, fatto di motorini, bische e sogni di benessere materiale, si muove Pietro Savastano, un adolescente orfano che naviga la marginalità dei quartieri popolari. Il suo è un percorso di formazione che lo condurrà, passo dopo passo, verso la criminalità organizzata, spinto da un desiderio di riscatto che appare l’unica via percorribile per sfuggire a un destino già scritto.
La figura di Angelo ‘A Sirena e l’archetipo del potere
Al centro di questa parabola ascendente, che segue il passaggio dall’adolescenza all’età adulta nel segno della illegalità, si staglia la figura di Angelo ‘A Sirena. Quest’ultimo, giovane dominus del quartiere, diventa per Pietro un faro carismatico, il simbolo vivente di un successo raggiungibile solo attraverso le logiche della organizzazione criminale. ‘A Sirena incarna il miraggio di una vita “migliore”, un modello da emulare che rende evidente come il crimine si presenti, in quel contesto, non solo come una scelta dettata dalla necessità, ma come l’unica scala sociale percepibile per conquistare potere e rispetto.
I luoghi come testimoni di una metamorfosi
La Napoli del 1977 ritratta dalla serie è essa stessa un personaggio fondamentale, una città che oggi non esiste più ma le cui tracce permangono come una cicatrice luminosa sotto la pelle del presente. Le periferie, il centro storico e le zone portuali non fanno solo da sfondo passivo, bensì raccontano visivamente la nascita di un destino. Sono i luoghi in cui si consuma la metamorfosi di Pietro, da ragazzo che si arrangia a futuro capoclan, e in cui affondano le radici di quella che diventerà, negli anni, una nuova e spietata camorra. La regia di D’Amore, che già con Ciro Di Marzio aveva dimostrato di padroneggiare l’universo narrativo della saga, costruisce così un ponte temporale essenziale, mostrando l’origine di quell’anti-eroe smarrito che il pubblico ha imparato a conoscere nelle stagioni successive.




