Una ruota nella sabbia a Petacciato, la famiglia di Racanati: “Non è della sua auto”
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
La spiaggia di Petacciato, ieri mattina, doveva essere soltanto il palcoscenico di una bonifica post-maltempo, e invece si è trasformata in un set investigativo improvviso. Oltre cento volontari, coordinati dalla Pro Loco e dal Comune, erano scesi sull’arenile per rimuovere i detriti accumulati dalle recenti mareggiate, quando da sotto un cumulo di sabbia è affiorato un oggetto anomalo: uno pneumatico completo di cerchione, incrostato di fango e ancora parzialmente interrato. In qualsiasi altro contesto, si sarebbe trattato di un semplice rifiuto ingombrante, ma la posizione geografica – pochi chilometri a valle del ponte della Statale 16 – ha fatto subito scattare l’allarme tra i presenti, i quali hanno pensato a un possibile, agghiacciante, collegamento con la scomparsa di Domenico Racanati, il 53enne di Bisceglie inghiottito dalle acque del Trigno ormai quasi un mese fa.
Un ritrovamento sotto sequestro e l’attesa della verità tecnica
La segnalazione, arrivata mentre i partecipanti alla giornata ecologica passavano al setaccio la riva, ha mobilitato immediatamente le autorità. Sul posto è intervenuta la Guardia Costiera di Termoli, che ha posto sotto sequestro il ritrovamento avviando i primi accertamenti per verificare l’origine del pezzo. L’ipotesi di un legame con la Fiat Bravo guidata dal pescatore disperso ha alimentato per qualche ora la speranza di una svolta nelle indagini, anche se la Procura (che ha aperto un fascicolo per crollo colposo e omicidio colposo) si è sempre mostrata cauta riguardo ai detriti trascinati dalla corrente fino alla foce. La cautela, in casi come questo, non è mai troppa, soprattutto quando si parla di reperti spostati dalla furia di un fiume in piena.
La doccia fredda dei familiari: “Misura e modello errati”
Proprio quando l’attenzione mediatica ricominciava a concentrarsi sul litorale molisano, è arrivata la smentita che ha rispedito le certezze nel limbo dell’incertezza. A parlare è stata la voce più stretta del dolore: i familiari dell’uomo disperso, i quali – dopo aver visionato le prime informazioni – hanno escluso in modo categorico che quella ruota possa essere appartenuta alla vettura del congiunto. In una dichiarazione che spegne sul nascere le speculazioni, la famiglia ha fatto sapere che il modello dello pneumatico (identificato come compatibile con una Fiat Panda) e le caratteristiche del braccetto meccanico ancora attaccato al cerchio non corrispondono affatto a quelli della Bravo su cui viaggiava Racanati. Si tratta, con ogni probabilità, di uno dei tanti rottami che la mareggiata del 2 aprile ha strappato chissà dove, trascinando poi nella sabbia come simbolo di una devastazione che non risparmia nulla.
Ventitre giorni di silenzio e un indizio che resta a galla
L’episodio della falsa pista, avvenuto al ventitreesimo giorno di ricerche, mette in luce una verità cruda e logorante: le acque del Trigno restano ferme, implacabili, nel loro segreto. Nonostante i sorvoli aerei, le perlustrazioni dei sommozzatori e l’impiego di mezzi navali nella zona della foce, di Domenico Racanati non c’è ancora alcuna traccia. La sua automobile, spazzata via dal crollo improvviso del viadotto durante la notte di maltempo, sembra essersi dissolta nel fango. Per la famiglia, i cui appelli sono risuonati più volte in queste settimane chiedendo giustizia e verità, ogni nuovo oggetto riportato a riva dal mare è una piccola ferita che si riapre. La ruota trovata oggi non è la risposta che aspettavano, ma rappresenta comunque il segno tangibile di quanto sia potente e imprevedibile la forza di un fiume in piena, capace di adagiare sulla sabbia una verità che non gli appartiene, mentre quella autentica resta aggrappata alle lamiere di un’auto ancora dispersa chissà dove.




