Draghi a Rimini, la diagnosi sull'Europa che arretra
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Redazione Interno
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Mario Draghi, intervenendo al Meeting di Rimini, ha tracciato una severa e realistica diagnosi della crisi che attanaglia l'Unione europea, la cui impotenza sul palcoscenico globale è stata resa palese dal suo «ruolo marginale nei negoziati per la pace in Ucraina». Secondo l’ex presidente del Consiglio e già numero uno della Bce, il 2025 verrà ricordato come l’anno in cui «è evaporata l’illusione che la nostra dimensione economica da sola assicurasse una qualche forma di potere geopolitico». Una riflessione che, sebbene appaia quasi scontata nella sua lucidità, acquista un peso specifico differente a essere pronunciata da una figura della sua autorevolezza, in un contesto, come quello del Meeting, tradizionalmente rilevante per il dibattito pubblico.
Parallelamente, mentre Draghi delineava le fragilità continentali, Beppe Grillo rilanciando vecchie critiche sull’operato dell’ex premier – «Non è incredibile che una persona di tanta palese incompetenza, visti i risultati a seguito dei ruoli giocati, riceva ancora così tanto credito?» – sembrava voler marcare un solco ideologico. Tuttavia, è innegabile che l’azione di governo di Draghi, che alcuni giudicano con severità, abbia affrontato la pandemia, ottenuto il Pnrr in un momento in cui molti propugnavano il solo ricorso al Mes e varato riforme di stampo progressista che la sinistra non era riuscita a realizzare, indicando forse la necessità di un nuovo soggetto politico capace di "costruire".




