Leone XIV in Guinea Equatoriale, ultima tappa del viaggio africano tra speranza e ferite
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Redazione Esteri
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Undici giorni, quattro nazioni, un messaggio unico che risuona tra le pieghe di un continente complesso e spesso dimenticato. È questo il bilancio del terzo viaggio apostolico del pontificato di Papa Leone XIV, che si conclude oggi in Guinea Equatoriale, piccolo Stato a maggioranza cristiana incastonato tra le insidie del Golfo di Guinea. Un tour, il secondo del 2026, iniziato il 13 aprile sulle orme di Sant’Agostino in Algeria per poi snodarsi attraverso il Camerun e l’Angola, toccando undici città e coprendo quasi diciottomila chilometri. In questo lembo di terra, l’ultimo atto di un pellegrinaggio che ha visto il Pontefice calarsi nelle realtà più disparate: dalle macerie psicologiche dei conflitti identitari alle periferie esistenziali segnate dalla povertà, fino alla visita a un carcere e a un ospedale psichiatrico, segni tangibili di una Chiesa che non si sottrae allo sporco della strada.
Un pellegrinaggio algerino tra i martiri e la memoria della pace
Ad Algeri, dove la pioggia battente non ha fermato le circa cinquemila persone accorse al “Maqam Echahid”, il monumento a forma di palma dedicato ai caduti dell’indipendenza, Leone XIV ha scelto di non parlare subito ai potenti, ma alla memoria. È qui che ha pronunciato quella che potrebbe diventare la frase simbolo della sua visita: “Il futuro appartiene agli uomini e alle donne di pace”. Un concetto, quest’ultimo, declinato con forza in una terra martoriata dalla “decennia nera” degli anni Novanta, dove la Chiesa, seppur minoritaria, ha pagato un altissimo prezzo di sangue. Il Pontefice, primo nella storia a visitare l’Algeria, ha deposto una corona di fiori e ha pregato in silenzio, ricordando come “la giustizia trionferà sempre sull’ingiustizia” e come la violenza, nonostante le apparenze, non possa avere l’ultima parola. Un messaggio, questo, che non ha mancato di richiamare l’attenzione sull’importanza del perdono reciproco, l’unica via – a suo dire – per una vera liberazione dai rancori che bloccano il futuro.
Il Camerun e le lacrime asciugate nell’orfanotrofio “Ngul Zamba”
Spostandosi più a sud, a Yaoundé, la capitale del Camerun, il clima è cambiato radicalmente. Dopo l’incontro formale con le autorità, Leone XIV ha voluto immergersi nella periferia emotiva della città. All’orfanotrofio “Ngul Zamba”, che in lingua locale significa “La Forza di Dio”, il Papa ha incontrato una sessantina di bambini e giovani tra i 3 e i 20 anni. La scena è stata particolarmente toccante: non c’era spazio per l’autocommiserazione, come hanno dimostrato i canti di questi ragazzi. “Non siamo orfani… Noi siamo figli di Dio… La Chiesa è la nostra famiglia… Il Santo Padre è nostro padre”, hanno intonato, trasformando un luogo di abbandono in un avamposto di speranza. Il Papa ha ascoltato, ha benedetto e ha risposto con una carezza collettiva, ricordando a questi giovani che il loro futuro è più grande delle ferite che portano dentro. Una tappa, questa, che ha riassunto il senso di un viaggio volto a restituire dignità a chi è stato scartato, lontano dai riflettori dei palazzi presidenziali.
L’Angola e la sfida di una “Chiesa matura” in un Paese frammentato
Prima di volare verso la Guinea Equatoriale, lo sguardo del Pontefice si è posato sull’Angola, dove ha soggiornato dal 18 al 21 aprile. Qui la visita ha assunto i contorni di un esame di coscienza collettivo per una nazione che, come ha spiegato monsignor Josè Manuel Imbamba – arcivescovo di Saurimo e presidente della Conferenza episcopale –, porta ancora il peso di un’eredità pesantissima: quella della colonizzazione e della successiva guerra civile. Il presule, in un’intervista all’agenzia missionaria vaticana Fides, ha descritto un Paese “intrappolato nei partiti”, frammentato da corruzione, clientelismo e da una povertà che affligge larghi strati della popolazione. Eppure, ha assicurato, “il Papa troverà una Chiesa matura, giovane, gioiosa e missionaria”. Una comunità che, nonostante le difficoltà economiche e sociali, continua a essere un punto di riferimento imprescindibile, capace di offrire i propri figli per il bene dell’umanità. Una sfida non da poco, in una terra dove il 60% della popolazione si dichiara cattolica ma dove la vita politica fatica a farsi strumento di riconciliazione.
L’ultima tappa in Guinea Equatoriale tra diritti e spiritualità
Il viaggio si chiude oggi in Guinea Equatoriale, dove Leone XIV è atteso da un programma intenso che include la visita ai detenuti del carcere di Bata e agli ammalati dell’ospedale psichiatrico. Un gesto, quest’ultimo, che sottolinea l’attenzione del Vaticano verso le fasce più fragili della società, spesso relegate ai margini anche nei regimi di più stretta osservanza religiosa. Nonostante la complessa situazione politica del Paese – criticato a più riprese per le violazioni dei diritti umani – il Papa si concentra sull’abbraccio pastorale, celebrando messa nella Basilica dell’Immacolata Concezione di Mongomo e incontrando i giovani, vero motore di un continente che, nonostante le disuguaglianze, continua a guardare al futuro con una fede incrollabile.




