Abusi edilizi a Milano: il gip accusa, "Salva Milano nato per interessi privati"
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Redazione Interno
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La vicenda degli abusi edilizi a Milano, che vede coinvolti alcuni dirigenti comunali e l’ex direttore dello Sportello unico edilizia, Giovanni Oggioni, si arricchisce di nuovi dettagli con l’ordinanza del gip Mattia Fiorentini. Secondo il magistrato, il provvedimento noto come "Salva Milano" sarebbe scaturito da un “esclusivo interesse privato” dei funzionari pubblici, con l’obiettivo di paralizzare le indagini a loro carico e garantire una sorta di immunità per il passato, oltre a una libertà di azione per il futuro. Fiorentini, nelle sue motivazioni, sottolinea come il dibattito tra gli indagati renda evidente questa dinamica, evidenziando una strategia volta a congelare i procedimenti penali in corso.
Oggioni, già vice presidente della Commissione per il paesaggio del Comune di Milano, è attualmente agli arresti domiciliari per corruzione, falso e depistaggio. Le accuse lo vedono al centro di un sistema di favoritismi verso costruttori e operatori del real estate, ai quali avrebbe garantito il buon esito di pratiche edilizie in cambio di utilità personali. A fianco a lui, altri tre dirigenti comunali – Andrea Viaroli, Marco Cerri e Carla Barone – sono indagati, con i pm che hanno richiesto misure cautelari interdittive, la cui decisione è rimandata agli interrogatori preventivi previsti dalla legge Nordio.
Il caso si intreccia con l’inchiesta sul cosiddetto "Salva Milano", un provvedimento che, secondo le ricostruzioni, sarebbe stato concepito per tutelare gli indagati. Nelle carte dell’inchiesta, emerge che uno degli indagati avrebbe rivendicato la paternità della bozza, affermando di averla consegnata a un parlamentare e di averla ricevuta inizialmente da Maurizio Lupi, presidente di Noi Moderati. Lupi, tuttavia, ha respinto ogni accusa, dichiarando che il provvedimento non è stato redatto “sotto dettatura” e che il confronto con associazioni di categoria e imprenditori rientra nella normale attività politica.
Le indagini, condotte dalla Guardia di Finanza, hanno portato alla luce un sistema in cui i contatti politici degli indagati avrebbero giocato un ruolo chiave nel tentativo di far approvare una legge di “interpretazione autentica”, strumento che avrebbe potuto influenzare l’esito dei procedimenti giudiziari. Il gip Fiorentini ha definito “palese” questo tentativo, evidenziando come gli indagati abbiano cercato di sfruttare le loro relazioni per ottenere una sorta di scudo legale.




