L’intelligenza artificiale non ruba il lavoro agli impiegati? No, ma crea un’enorme richiesta di saldatori e tecnici
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Redazione Economia
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Il dibattito sull’impatto dell’intelligenza artificiale, che ormai da anni infiamma le cronache economiche, si è finora concentrato quasi esclusivamente sulla presunta obsolescenza dei ruoli impiegatizi, quelli che solitamente si svolgono davanti a uno schermo. Eppure, come spesso accade quando si osservano i fenomeni solo da una prospettiva limitata, ci si dimentica dell’altro lato della medaglia: l’AI, per funzionare, ha bisogno di qualcuno che ne costruisca fisicamente le fondamenta. E qui, a sorprendere, è la robusta crescita della domanda di profili tecnici specializzati, una manodopera che non teme (almeno per ora) la concorrenza degli algoritmi.
L’analisi di Randstad su 50 milioni di annunci
A certificare questa tendenza, spesso trascurata dai titoli a effetto, è un’ampia analisi condotta da Randstad, che ha setacciato oltre 50 milioni di offerte di lavoro a livello globale – tra queste, ben 7,3 milioni provenienti dal solo mercato italiano – a partire dalla fine del 2022. Il dato, che emerge con chiarezza dallo studio, indica una forte accelerazione nella richiesta di quelle che vengono definite “skilled trades”, ovvero figure tecniche operative impiegate prevalentemente nel settore manifatturiero. Non si tratta, badiamo bene, di postazioni generiche, bensì di professioni precise: saldatori, elettricisti industriali, montatori di componenti elettronici, tecnici di manutenzione per data center e specialisti di sistemi energetici. Sono loro, in sostanza, a rendere possibile l’implementazione su larga scala delle infrastrutture fisiche che sostengono l’intelligenza artificiale, dai giganteschi data center – quelli che consumano energia come piccole città – fino agli impianti di produzione sempre più automatizzati.
Il boom dei licenziamenti nel tech non è colpa dell’IA
Proprio mentre questa domanda cresce, il settore tecnologico americano vive una fase opposta, caratterizzata da licenziamenti massicci. Come ha recentemente osservato The Economist, le aziende tech sono in modalità tagli: Oracle ha annunciato migliaia di esuberi, Block – la società dietro i pagamenti digitali – sta riducendo la propria forza lavoro di oltre quattromila unità, quasi la metà del totale. E non sono certo casi isolati, visto che colossi come Amazon e Meta hanno comunicato a loro volta piani di riduzione del personale. Tra il 2022 e il 2025, i cosiddetti “magnifici sette” del tech (quelli che dominano le classifiche di capitalizzazione) hanno a malapena incrementato i propri organici. Eppure, attenzione a non confondere causa ed effetto: questi tagli, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non sono da attribuire all’avanzata dell’intelligenza artificiale. Si tratta piuttosto di una fase di riassestamento strategico, di una correzione dopo gli anni di assunzioni record.
Tecnici richiesti tre volte più velocemente degli impiegati
L’analisi di Randstad, che ha monitorato l’evoluzione delle richieste in questo arco temporale, mette in luce un fenomeno ancora più specifico: la domanda di profili tecnici specializzati cresce a un ritmo tre volte superiore rispetto a quella dei tradizionali ruoli impiegatizi. In Italia, dove il tessuto manifatturiero resta uno dei pilastri dell’economia, il boom è particolarmente evidente. Si cercano operai specializzati capaci di lavorare su linee di assemblaggio automatizzate, tecnici in grado di installare e riparare i sistemi di raffreddamento dei server – un aspetto cruciale per il funzionamento dei data center – o ancora saldatori che intervengono sulle strutture metalliche che ospitano le batterie per l’accumulo energetico. Non è un caso, insomma, che molti annunci rechino titoli desueti come “manutentore elettromeccanico” o “collaudatore di impianti”, figure che la retorica dominante dava per in via d’estinzione.
Dove l’inchiesta giudiziaria incrocia la cronaca nera
E proprio in questo contesto di trasformazione rapida del mercato del lavoro, non si possono ignorare alcuni episodi di cronaca nera che hanno recentemente coinvolto cantieri e officine meccaniche, dove operano proprio quelle figure tecniche oggi così richieste. Senza addentrarsi in dettagli espliciti, alcune inchieste della magistratura hanno accertato – in diverse regioni del Nord Italia – condizioni di lavoro irregolari all’interno di aziende impegnate nella realizzazione di componenti per l’automazione industriale. Gli sviluppi giudiziari, ancora in corso, hanno portato a misure cautelari nei confronti di dirigenti e intermediari del lavoro, con accuse che spaziano dallo sfruttamento alla violazione delle norme sulla sicurezza. In un altro caso, un saldatore specializzato è rimasto ucciso in un incidente durante la manutenzione di un trasformatore collegato a un data center: le indagini hanno rivelato l’assenza di alcuni dispositivi di protezione collettiva, nonché turni di lavoro prolungati oltre i limiti di legge. Fatti, questi, che restituiscono un quadro meno edulcorato di un settore in forte espansione, dove la domanda crescente di competenze tecniche non sempre si accompagna a tutele adeguate per chi quelle competenze le mette in pratica ogni giorno.




