Infezioni sessuali in aumento, l'Hiv è stabile ma le diagnosi arrivano troppo tardi
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Redazione Salute
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I numeri dell'Istituto Superiore di Sanità, diffusi in occasione della Giornata mondiale della salute sessuale che si celebra il 4 settembre e che quest'anno porta il tema "Every Body" – un messaggio che sottolinea come la salute sessuale e i diritti a essa connessi appartengano a ogni persona, senza eccezioni – dipingono un quadro a due facce. Da un lato, le nuove diagnosi di Hiv restano sostanzialmente stabili: nel 2024 sono state 2.379, un dato lievemente inferiore alle 2.507 registrate nel 2023, con un'incidenza di 4 casi per 100.000 residenti.
Dall'altro, però, le infezioni sessualmente trasmesse (Ist) continuano a crescere in modo allarmante, con quasi 8.000 casi segnalati e un aumento del 12% in un solo anno.
Hiv, la stabilità inganna: la piaga delle diagnosi tardive
Se il numero di nuove infezioni da Hiv non mostra variazioni significative, il dato che preoccupa gli esperti è la quota di diagnosi tardive. Secondo i dati del Centro Operativo AIDS dell'Iss, ben il 60% delle persone a cui viene diagnosticato il virus scopre di essere sieropositiva quando l'infezione è già in fase avanzata, con bassi livelli di CD4 o addirittura in uno stato conclamato di Aids. Nel dettaglio, l'83,6% delle nuove diagnosi di Aids riguarda persone che hanno scoperto la loro condizione solo nei sei mesi precedenti.
La trasmissione avviene prevalentemente per via sessuale: il 46% dei nuovi casi si registra tra eterosessuali e il 41,6% tra uomini che fanno sesso con uomini (MSM). A rendere la situazione ancora più delicata è la circolazione del virus tra i più giovani, visto che circa un quinto delle nuove diagnosi riguarda persone sotto i ventinove anni. La percentuale di casi che non sa di essere positivo, stimata tra le 8.000 e le 10.000 persone, contribuisce a mantenere alta la catena di trasmissione.
Clamidia e gonorrea ai massimi, i giovani nel mirino
Il fronte più critico, però, è quello delle altre infezioni a trasmissione sessuale. Il rapporto dell'Iss evidenzia un incremento diffuso, con la clamidia che fa registrare l'aumento più vertiginoso: +41,5% rispetto al 2023. Ancora più significativo è il dato tra gli uomini che fanno sesso con uomini, dove i casi sono balzati del 61,2%.
Una particolarità che emerge dall'analisi è la forte concentrazione del fenomeno tra i giovanissimi, con la prevalenza di infezione da clamidia che tocca l'8,3% nella fascia d'età 15-24 anni, a fronte del 2,7% tra gli over 24. Per quanto riguarda la gonorrea, il trend è in salita da anni: le segnalazioni sono quintuplicate dal 2010, raggiungendo il picco massimo nel 2024 con 1.555 casi, con un incremento dell'84% solo negli ultimi tre anni.
Anche la sifilide, pur con numeri inferiori, è in crescita: i casi di sifilide primaria e secondaria sono aumentati del 16% tra il 2021 e il 2024, per un totale di 695 nuovi casi.
Il legame tra Ist e Hiv e la risposta alla Mpox
Un dato che rafforza l'importanza di una prevenzione mirata e di un accesso diffuso ai test è il legame stretto tra le Ist e la trasmissione dell'Hiv. Nel 2024, tra le quasi 5.000 persone con una diagnosi di infezione sessualmente trasmessa che si sono sottoposte al test per l'Hiv, 599 sono risultate positive, per una prevalenza del 12%. Un valore quaranta volte superiore a quello stimato nella popolazione generale, che conferma come le Ist rappresentino un forte campanello d'allarme e un potenziale serbatoio per la diffusione del virus.
Il sistema di sorveglianza dell'Iss, che ha appena pubblicato i dati, si è occupato anche del monitoraggio della Mpox, il vecchio vaiolo delle scimmie. Dal giugno 2023 al dicembre 2024 sono stati segnalati 59 nuovi casi, il 91,5% dei quali diagnosticati in uomini che fanno sesso con uomini.
Di fronte a questo scenario, gli specialisti della Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali (SIMIT) sottolineano la necessità di rafforzare le strategie di prevenzione. Oltre a campagne di informazione mirate per le fasce più giovani, viene richiamata l'attenzione sull'importanza del testing precoce e sull'ampliamento dell'accesso alla profilassi pre-esposizione (PrEP), considerata uno strumento altamente efficace che però in Italia resta ancora limitato a pochi centri specialistici.
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