La guerra in Iran spinge il Brent sopra gli 80 dollari, crollano i transiti nello Stretto di Hormuz

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, scattato sabato 28 febbraio, ha immediatamente ridisegnato gli equilibri dei mercati energetici globali, con il prezzo del greggio Brent che ha superato la soglia psicologica degli 80 dollari al barile toccando picchi superiori a quota 82. La ragione principale di questa impennata, spiegano gli analisti citati da Reuters, non risiede tanto nell’operato militare in sé, quanto piuttosto nel timore concreto, e per certi versi già materializzatosi, di una seria perturbazione dei traffici attraverso lo Stretto di Hormuz; quel sottile braccio di mare, largo appena 33 chilometri nel suo punto più angusto, attraverso cui transita circa il 20% del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiale. I dati sul traffico delle petroliere, elaborati da società di monitoraggio come Vortexa e Kpler, dipingono un quadro di paralisi quasi totale: domenica primo marzo, solo quattro navi cisterna hanno attraversato lo Stretto, una flessione drammatica se paragonata alla media giornaliera di ventiquattro movimenti registrata da gennaio, e di queste, tre battevano bandiera iraniana. L’effetto valanga non si è fatto attendere, e lunedì il numero è sceso ulteriormente a tre unità, con un crollo dell’86% dei flussi normali di greggio, mentre centinaia di altre petroliere, oltre settecento secondo alcune stime, sono rimaste in attesa o hanno deviato la loro rotta, incagliate in una situazione di stallo che gli operatori assicurativi e logistici non vedevano da decenni.

Parallelamente al caos nel trasporto marittimo, un altro fronte critico si è aperto con la sospensione della produzione di gas naturale liquefatto in Qatar. La compagnia statale Qatar Energy, che gestisce il colosso di Ras Laffan, il più grande impianto di liquefazione al mondo, ha interrotto le operazioni a seguito delle ostilità, una mossa che ha provocato un balzo del prezzo del gas TTF ad Amsterdam del 39% nella sola seduta di lunedì, con punte del 50% nel corso della mattinata. Sebbene l’Europa abbia diversificato le proprie fonti di approvvigionamento dopo lo scoppio della guerra in Ucraina, ricevendo solo una piccola parte del suo fabbisogno direttamente dal Qatar, la chiusura di fatto di Hormuz impedisce l’uscita di quelle stesse molecole verso i mercati asiatici, e questo genera una competizione serrata per i carichi alternativi provenienti da Stati Uniti e Africa, spingendo verso l’alto le quotazioni anche sul vecchio continente. Le ripercussioni, sottolineano gli esperti di ingegneria finanziaria, non si fermano alle commodity: il differenziale tra i contratti futures sul Brent con scadenza immediata e quelli successivi si è ampliato in maniera significativa, un segnale tecnico che indica una forte tensione e aspettative di prezzi sostenuti nel breve termine, con il mercato delle opzioni che ha già iniziato a prezzare uno scenario di crisi prolungata.

Sul fronte dei prodotti raffinati, l’impatto è stato altrettanto violento e, per certi versi, persino più dirompente di quello sul greggio. Il prezzo del gasolio, un derivato cruciale per l’economia europea e per il settore dei trasporti pesanti, ha registrato un incremento superiore al 16%, toccando livelli che non si vedevano dall’inizio del 2024, mentre le quotazioni della benzina sono tornate ai massimi dello scorso giugno. Questa tempesta perfetta si è riversata immediatamente sui listini dei carburanti in Italia, con i principali marchi energetici come Eni, IP e Q8 che hanno ritoccato al rialzo i prezzi consigliati di benzina e diesel di diversi centesimi al litro. L’allarme, naturalmente, riguarda l’intera filiera: l’aumento del costo dell’energia e dei trasporti rischia di riverberarsi sulle bollette di famiglie e imprese e, a cascata, sul prezzo finale di una moltitudine di beni di consumo, riaccendendo quelle tensioni inflazionistiche che le banche centrali faticano a domare. La chiusura dello spazio aereo su ampie porzioni del Medio Oriente ha inoltre costretto le compagnie aeree a cancellare migliaia di voli o a intraprendere rotte alternative molto più lunghe e costose, aggravando ulteriormente i costi operativi e logistici in un momento di estrema incertezza.

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