Caos Figc, Maldini e Leonardo lasciano dopo sedici giorni: la frattura con Malagò e il caso Pirlo
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Redazione Sport
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L'aria, nella sede della Federcalcio, si era fatta irrespirabile già da qualche giorno; le voci, dapprima sussurrate nei corridoi e poi rimbalzate da una sponda all'altra del mondo del pallone, parlavano di un malessere profondo, di un cortocircuito tra la nuova dirigenza tecnica e i vertici istituzionali.
Poi, ieri, l'epilogo, giunto al termine di una giornata che resterà negli annali del calcio nostrano per la sua folle velocità: Paolo Maldini e Leonardo hanno rassegnato le proprie dimissioni, chiudendo di fatto un'esperienza alla guida del Club Italia durata appena sedici giorni, un lasso di tempo talmente esiguo da far impallidire anche i precedenti più turbolenti della storia azzurra.
La decisione, comunicata direttamente al presidente del Coni, Giovanni Malagò, mentre era in corso una riunione cruciale con le componenti federali alla vigilia del consiglio, ha di fatto spazzato via ogni tentativo di ricucitura, trasformando quella che poteva essere una rivoluzione tecnica in un vero e proprio terremoto istituzionale.
La genesi del caos: dalla trattativa per Guardiola al no a Pirlo
Per comprendere la portata della frattura, occorre fare un passo indietro e ripercorrere le tappe di un'avventura nata sotto i migliori auspici, eppure segnata fin dall'inizio da tensioni latenti. L'arrivo di Maldini e Leonardo, accolto con entusiasmo da una parte dell'opinione pubblica e con scetticismo da un'altra, era stato presentato come il simbolo di una nuova era, all'insegna della condivisione e di un progetto tecnico ambizioso. Tuttavia, il primo, vero banco di prova si era rivelato subito insidioso: la ricerca del nuovo commissario tecnico.
Mentre i due dirigenti, forti delle loro esperienze internazionali, avevano puntato con decisione su un profilo di altissimo profilo come Pep Guardiola, sognando di portare il tecnico catalano sulla panchina azzurra, il fronte opposto, capitanato da Malagò, aveva subito raffreddato gli entusiasmi, giudicando l'operazione irrealizzabile sul piano economico e forse anche poco gradita a certi ambienti. Dopo settimane di trattative, sforzi e pressioni, il sogno è svanito, lasciando spazio a un nome che già circolava nei piani alti della Federcalcio, quello di Andrea Pirlo.
Proprio su Pirlo, però, si è consumato il vero strappo. La proposta di affidare la Nazionale a un tecnico ancora relativamente inesperto, nonostante il suo carisma e il suo passato da campione, aveva inizialmente trovato il favore di Maldini e Leonardo, convinti che si potesse costruire un progetto a lungo termine.
Ma quando il presidente Malagò, probabilmente influenzato anche dalle pressioni delle componenti tecniche e dai dubbi sollevati da più parti, ha deciso che la candidatura di Pirlo non era più percorribile, decretandone di fatto la fine, per i due ex milanisti è stato il segnale che la tanto sbandierata autonomia era solo una chimera.
Da quel momento, la distanza tra le due anime del calcio italiano è diventata incolmabile: da una parte la richiesta di indipendenza tecnica di Maldini, il quale non intendeva subire imposizioni dall'alto su scelte ritenute di propria esclusiva competenza; dall'altra la ferma volontà di Malagò di mantenere un ruolo di regia e controllo, ritenendo di dover tutelare l'immagine e gli interessi complessivi del movimento.
Una frattura, quella tra Paolo Maldini e Giovanni Malagò, che si è rivelata insanabile, alimentata da visioni del calcio e della gestione del potere troppo lontane per poter convivere pacificamente.
Una lunga giornata di riflessioni e il colpo di scena finale
La giornata di ieri è stata un susseguirsi febbrile di incontri, telefonate e valutazioni dell'ultim'ora, con l'aria che si faceva sempre più pesante. Le cronache raccontano di un tentativo estremo di mediazione, di una corsa contro il tempo per trovare una soluzione che potesse salvare la baracca e presentare al consiglio federale un fronte unito.
In questo clima di incertezza, era persino circolata l'ipotesi di un compromesso estremo, una sorta di "asso nella manica" rappresentato dal nome di Thiago Motta, un profilo che avrebbe potuto raccogliere i consensi di entrambe le fazioni e scongiurare il divorzio. Ma si è trattato solo di un fuoco di paglia. La frattura era ormai troppo profonda e la fiducia, elemento imprescindibile in qualsiasi rapporto professionale, era stata definitivamente compromessa.
Mentre Malagò presiedeva la riunione con i rappresentanti delle varie componenti federali, è arrivata la telefonata tanto attesa quanto temuta: Maldini e Leonardo, con un gesto che sa tanto di resa ma anche di orgoglio ferito, hanno ufficializzato il loro addio, chiudendo di fatto ogni spiraglio di dialogo. Una mossa a sorpresa, che ha colto molti di sorpresa e che ha spiazzato anche i più stretti collaboratori, gettando nello sconcerto l'intero ambiente calcistico.
La notizia delle dimissioni, diffusa in serata, ha avuto l'effetto di una bomba, facendo immediatamente precipitare il clima della vigilia del consiglio federale. Il messaggio lanciato dai due dirigenti è chiaro e inequivocabile: la loro interpretazione del concetto di "condivisione", tanto sbandierato al momento dell'insediamento, non prevedeva affatto l'imposizione di scelte calate dall'alto, bensì un metodo di lavoro basato sul confronto e sulla reciproca fiducia.
Un concetto, questo, che per chi ha avuto modo di conoscere da vicino il carattere di Paolo Maldini, uomo di poche parole ma dai principi saldissimi, non rappresenta affatto una sorpresa. La sua richiesta di autonomia non era un vezzo, ma una condizione imprescindibile per operare al meglio in un ruolo delicato come quello di coordinatore delle Nazionali.
D'altro canto, la posizione di Malagò, che non ha mai nascosto la sua volontà di mantenere un ruolo centrale nelle decisioni strategiche, appare altrettanto comprensibile, se letta attraverso la lente di chi deve garantire la governabilità di un sistema complesso e spesso litigioso come quello del calcio italiano.
Un'esperienza lampo destinata a lasciare il segno
Sedici giorni. Tanto è bastato per scrivere e cancellare un capitolo intero della storia della Nazionale. Se non si tratta di un record assoluto di brevità per una gestione tecnica federale, poco ci manca, e l'aneddotica destinata ad alimentare le cronache sportive dei prossimi anni è già ricca di spunti.
L'avventura di Maldini e Leonardo sarà ricordata non solo per la sua fulminea durata, inferiore persino a quella di molte sessioni di calciomercato, ma anche per il clima polemico che l'ha accompagnata dall'inizio alla fine, un fiume in piena di indiscrezioni, smentite e colpi di scena che hanno tenuto banco per settimane.
Già durante le complesse trattative per l'insediamento, erano emersi tutti i nodi cruciali che sarebbero poi esplosi al momento di passare dalle parole ai fatti: il ruolo del direttore tecnico, i poteri del commissario tecnico, la gestione del settore giovanile e, naturalmente, la scelta dell'allenatore. Tutte questioni irrisolte, accantonate in nome di una pace apparente che si è rivelata estremamente fragile e destinata a rompersi al primo vero scossone.
Ora, il calcio italiano si ritrova nuovamente a fare i conti con un'emergenza istituzionale, in un momento storico in cui avrebbe invece bisogno di stabilità e di progetti chiari per risollevare le sorti di un movimento che appare sempre più in difficoltà sul piano internazionale. La Nazionale, priva di una guida tecnica e ora anche di una direzione politica, viene lasciata in balìa di un vuoto di potere che rischia di compromettere gli impegni futuri.
Mentre le varie componenti federali si preparano a discutere il da farsi nel consiglio già in agenda, i nomi dei possibili successori iniziano a circolare in un clima di grande incertezza, ma al momento non c'è alcuna certezza né sui tempi né sui modi di una nuova nomina. Quella che si prospetta è una lunga estate di riflessioni, riunioni e probabilmente nuove polemiche, con un sistema che sembra aver perso il bandolo della matassa e che fatica a trovare una rotta condivisa per uscire da questo labirinto di veti incrociati e personalismi.
Una brutta pagina per il calcio italiano, che si avvia a scrivere un nuovo, complicato capitolo della sua storia recente, ancora una volta segnata da una clamorosa e imbarazzante débâcle dirigenziale.
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