La flotilla per Gaza sbarca a Creta, due attivisti in mano a Israele. Gli Stati Uniti: “Conseguenze a chi li sostiene”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Sono calati i tempi della trattativa, e il sipario si è alzato su un epilogo che, per certi versi, era già scritto nelle pieghe dell’operazione militare condotta da Israele nella notte tra mercoledì e giovedì. I circa centosettantacinque attivisti della Global Sumud Flotilla, che tentavano di forzare il blocco navale imposto da Israele sulla Striscia di Gaza, hanno rimesso piede sulla terraferma greca. Accolti dalla guardia costiera ellenica, il gruppo – composto da decine di cittadini europei e provenienti da altre aree del globo – è stato sbarcato nel sud-est dell’isola di Creta, per poi essere allontanato dal molo a bordo di quattro autobus diretti verso una destinazione non resa nota dalle autorità locali.

L’operazione in acque internazionali e la svolta diplomatica

L’intercettazione, avvenuta a centinaia di chilometri dalle coste israeliane mentre il convoglio navigava ancora in acque internazionali a ovest di Creta, aveva scatenato nei minuti immediatamente successivi la reazione furibonda degli organizzatori, che hanno parlato senza mezzi termini di “pirateria” e di “sequestro illegale di esseri umani”. Tuttavia, la tensione iniziale si è gradualmente trasformata in una complessa operazione di rimpatrio coordinata tra lo Stato ebraico e Atene. Sebbene Tel Aviv avesse inizialmente ventilato l’ipotesi di trasferire i fermati in Israele, un tempestivo intervento della diplomazia greca – che ha chiesto il “ritiro delle navi” offrendosi come paese ponte per motivi umanitari – ha cambiato le carte in tavola, scongiurando (per la maggior parte degli attivisti) il passaggio attraverso il sistema giudiziario israeliano.

Le eccezioni: due fermati restano in mano israeliana

Se per la stragrande maggioranza dei partecipanti la traversata si è conclusa con il ritorno in Europa, lo stesso non si può dire per due membri del comitato direttivo della missione. Saif Abu Keshek e Thiago Ávila, infatti, non sono stati rilasciati né trasferiti a Creta. Secondo quanto comunicato dal ministero degli Esteri israeliano, i due sono stati condotti nel territorio nazionale per essere sottoposti a interrogatorio: il primo è sospettato di affiliazione con un’organizzazione terroristica, mentre il secondo è accusato di aver compiuto “attività illegali”. La loro posizione resta dunque in bilico in un limbo giudiziario, mentre i riflettori internazionali si spostano sulle prossime mosse dei pubblici ministeri israeliani.

Il diktat di Washington: niente zone grigie

A complicare ulteriormente la posizione della flottiglia – e di chiunque intenda sostenerla – è arrivata la presa di posizione netta del dipartimento di Stato americano, che ha etichettato l’iniziativa come “filo Hamas” e “controproducente”. La durezza della condanna, tuttavia, risiede soprattutto nel monito che l’ha accompagnata: Washington ha fatto sapere di stare vagliando “l’impiego degli strumenti a disposizione per imporre conseguenze a coloro che le forniscono sostegno”, un avvertimento esplicito che mira a dissuadere eventuali alleati dal concedere rifornimenti o riparazioni alle imbarcazioni coinvolte in future missioni. In questo contesto, la flottiglia sembra aver ottenuto l’effetto opposto rispetto a quello dichiarato, catalizzando sanzioni diplomatiche piuttosto che l’attenzione sulla crisi umanitaria di Gaza, sebbene i suoi organizzatori continuino a descrivere l’abbordaggio come una “escalation pericolosa e senza precedenti” avvenuta a oltre novecentosessanta chilometri di distanza dal teatro di guerra.

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