Flotilla per Gaza, il governo greco ringrazia Sa’ar mentre gli attivisti vengono rispediti a Creta
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Redazione Interno
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«Quando si sequestrano persone, si bloccano gli aiuti e si lasciano civili in alto mare, non si parla più di sicurezza. Si parla di vite in pericolo e di responsabilità che qualcuno dovrà assumersi». A parlare, raggiunto dalla nostra redazione nelle ultime ore, è Oscar Camps, il fondatore della ong Open Arms, il quale ha descritto una situazione operativa al limite della tensione massima nel cuore del Mediterraneo. L’assalto israeliano alla cosiddetta “Global Sumud Flotilla” – un convoglio di oltre cinquanta imbarcazioni, partito da diversi porti europei tra cui Augusta e Barcellona, con l’obiettivo dichiarato di forzare il blocco navale imposto a Gaza – ha innescato una crisi diplomatica istantanea; eppure, a giudicare dalle reazioni ufficiali, Atene sembra aver scelto la linea della gratitudine verso lo stato ebraico. Dopo non essere riuscita a impedire l’abbordaggio – considerato illegale dalle organizzazioni umanitarie e avvenuto in acque internazionali a largo di Creta – la Grecia è stata pubblicamente ringraziata dal ministro degli Esteri israeliano, Gideon Sa’ar, proprio per la sua “disponibilità” ad accogliere sulle proprie coste gli attivisti che sono stati riconsegnati. Un copione, quello seguito da Atene, che sembra studiato per smarcarsi da ogni possibile accusa di coinvolgimento diretto o di complicità, rifugiandosi dietro la circostanza tecnica che il sequestro si è verificato in acque non soggette alla giurisdizione ellenica. La realtà dei fatti, però, racconta di quasi duecento persone fermate, di una missione umanitaria interrotta con la forza e di un’Europa che, secondo le parole di chi quelle barche le governava, ha guardato altrove mentre la marina israeliana portava a termine l’operazione.
L’ultima testimonianza dalla Holy Blu e il giornalista sotto tiro
Tra i 175 attivisti fermati nell’operazione condotta dalla marina israeliana – una cifra che gli organizzatori della flottiglia hanno corretto al rialzo, parlando di almeno 211 persone intercettate – figura anche un giornalista italiano, il quale ha lasciato una traccia drammatica e interrotta della sua cattura. Andrea Sceresini, inviato del manifesto, è riuscito a trasmettere un ultimo, concitato messaggio prima che il contatto venisse troncato: «Ci stanno intercettando. Si stanno avvicinando con un gommone. Noi siamo tutti qui in coperta. Ora ci sono alle spalle. Ok ci siamo. Ci stanno per prendere. Tenete le mani in alto». Quelle parole, arrivate alle 3:06 del mattino di giovedì, rappresentano l’ultima testimonianza diretta proveniente dalla “Holy Blu”, una delle sessantacinque imbarcazioni che compongono la flottiglia in viaggio verso la Striscia. Il fermo – che la stampa internazionale ha descritto come un’operazione condotta con l’uso di laser e armi semiautomatiche, ordinando ai manifestanti di inginocchiarsi sui ponti – solleva interrogativi pesanti sulle procedure adottate da Israele in alto mare. Non si tratta, peraltro, della prima azione di questo tipo: già nel corso del 2025 una precedente flotilla era stata intercettata, con i membri dell’equipaggio arrestati e successivamente espulsi, ma la novità sostanziale, in questo caso, risiede nella distanza dalla costa israeliana e nel coinvolgimento diretto delle autorità greche nella fase successiva al blitz.
Il braccio di ferro diplomatico e i colloqui tra Atene e Gerusalemme
Mentre le decine di attivisti fermati – tra i quali figurano ventidue italiani, come confermato da una lista diffusa dalla stampa che include nomi come Giulio Bonistalli, Luca Cuzzato e lo stesso Sceresini – attendevano il trasferimento, inizialmente verso il porto israeliano di Ashdod, il governo greco ha dato il via a un’intensa attività diplomatica. La notte successiva all’abbordaggio, i circa trenta natanti che erano riusciti a sfuggire all’attacco si sono ritrovati a trascorrere la prima notte al largo di Creta; tra questi, si segnala la presenza dell’inviato del Fatto Quotidiano, Alessandro Mantovani, imbarcato su un’unità chiamata “Vivi”. Secondo quanto riferito da fonti vicine alla trattativa, sono proseguiti per diverse ore i colloqui tra il governo di Kyriakos Mitsotakis e quello di Benjamin Netanyahu, con Atene che ha formalmente chiesto l’allontanamento delle navi militari israeliane dalla propria area di interesse economico esclusivo. Il risultato di questo tira e molla è stato un dietrofront israeliano a dir poco inaspettato: i partecipanti alla flotilla non sarebbero stati condotti in Israele, bensì fatti sbarcare in Grecia, precisamente nel porto di Ierapetra, sull’isola di Creta. Un esito che il premier Netanyahu ha comunque rivendicato come una «missione portata a termine con successo», aggiungendo – con una punta di ironia che ha suscitato non poche polemiche – che gli attivisti «continueranno a vedere Gaza su Youtube».
Accuse di inazione e il ruolo della marina israeliana
La reazione dell’Unione europea, descritta da Camps come “complice inazione”, si è concretizzata in un invito formale al rispetto del diritto internazionale, “compreso il diritto umanitario e quello marittimo”, che secondo Bruxelles sarebbe in questo caso “molto chiaro”. Ma sul piano pratico, a fronte di un intervento militare effettuato a centinaia di miglia dalle coste di Israele, le istituzioni europee non hanno attivato alcun meccanismo di deterrenza o interposizione. Sul fronte interno italiano, la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha condannato il sequestro delle imbarcazioni – avvenuto «in acque internazionali al largo delle coste greche» – chiedendo la liberazione immediata dei cittadini italiani trattenuti illegalmente; contestualmente, però, la premier ha anche ribadito di non aver ancora preso in considerazione l’invio di navi militari italiane nella zona, sottolineando come le sue posizioni critiche verso iniziative che definisce di “puro disturbo” non siano mutate rispetto ai mesi scorsi. La difesa di Israele, dal canto suo, ha replicato alle critiche rilanciando un’accusa pesantissima – sebbene mai suffragata da prove documentali – secondo cui la flottiglia sarebbe stata organizzata dal gruppo islamista palestinese Hamas sotto le mentite spoglie di una missione umanitaria. Il ministero della Difesa israeliano ha addirittura annunciato sanzioni contro la campagna di raccolta fondi online del convoglio, ribattezzato sprezzantemente “Condom Flotilla” in relazione a materiale trovato a bordo.




