Ricina a Pietracatella, la procura: «Avvelenamento accidentale improbabile». Tracce di veleno 140 volte la dose letale
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Redazione Interno
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Perde consistenza l’ipotesi di un’ingestione accidentale della ricina che ha ucciso Antonella Di Ielsi e sua figlia quindicenne Sara Di Vita, morte tra il 27 e il 28 dicembre scorso a Pietracatella, in provincia di Campobasso. Fonti vicine alle indagini sottolineano come i riscontri delle autopsie evidenzino, nei reperti biologici delle due vittime, quantità di veleno pari a 140 volte la dose minima letale.
Un dato che, secondo quanto filtra, renderebbe sempre più concreta la pista del duplice omicidio volontario, aggravato dall’uso del mezzo venefico, ipotesi sulla quale la Procura di Larino lavora ormai da mesi.
La posizione della procura
A chiarire il quadro ci ha pensato la procuratrice della Repubblica di Larino, Elvira Antonelli, titolare dell’inchiesta. Intervistata da LaPresse, Antonelli non esclude formalmente la pista accidentale, precisando che «vengono raccolti elementi su tutte le piste possibili», ma la definisce «francamente, la più improbabile». La precisazione arriva nel pieno del dibattito pubblico scatenato dalle dichiarazioni di esperti circa la possibilità che l’intossicazione possa essere stata involontaria.
La valutazione della Procura, viene spiegato, tiene conto del complesso degli elementi acquisiti nell’attività investigativa, un quadro più ampio rispetto ai soli dati medico-scientifici. Il fascicolo, al momento, resta a carico di ignoti e non risultano persone indagate come possibili responsabili delle due morti.
Le perplessità della difesa e delle parti offese
La difesa di Gianni Di Vita, marito di Antonella e padre di Sara, nonché parte offesa nel procedimento insieme alla figlia maggiore Alice, invita però a non scartare l’ipotesi dell’incidente. L’avvocato Vittorino Facciolla, ai microfoni dell’emittente locale Telemolise, ha sottolineato la scarsità di studi scientifici in grado di definire con certezza l’intervallo tra l’assunzione della tossina e la comparsa dei primi sintomi.
Secondo la ricostruzione richiamata dal legale, i primi malori si manifestarono la mattina di Natale, intorno alle 9 per Sara e verso mezzogiorno per Antonella, a distanza di 36 e 40 ore dalla cena del 23 dicembre, quella che gli investigatori continuano a esaminare come possibile momento dell’esposizione. Facciolla osserva che una parte della letteratura scientifica indica la possibilità che le prime manifestazioni compaiano anche dopo circa 36 ore, un intervallo che renderebbe compatibile la ricostruzione.
Alla domanda se sia possibile ipotizzare due o più esposizioni alla sostanza, il legale ha risposto: «Assolutamente sì».
Le dichiarazioni del padre di Antonella
Sul fronte delle indagini tradizionali, a gettare benzina sul dibattito sono state anche le parole di Salvatore Di Ielsi, padre di Antonella e nonno di Sara. Intervistato da «La Vita in Diretta» di Rai Uno e da «Dentro la Notizia» di Canale 5, l’uomo ha lasciato intendere di problemi tra Gianni Di Vita e Antonella. «La moglie – ha detto – avrebbe dovuto cantargliele, per quello che ho saputo io, da parecchi anni a lui».
Riferendosi al genero, Salvatore Di Ielsi lo ha definito «un bravo fesso», aggiungendo: «Sicuro è che lui di sua spontanea volontà, non è possibile che abbia fatto tutto da solo, sapendo cosa c’era intorno, però è stato coinvolto». Quanto al possibile movente passionale, l’anziano ha mostrato perplessità: «Perché è successo? Magari per una schifezza. Per una donna si deve arrivare a questo?».
Gli accertamenti in corso
Le indagini della Squadra Mobile di Campobasso, guidata da Marco Graziano, con il supporto del Servizio centrale operativo, proseguono su più fronti. Al centro delle verifiche c’è la presenza della ricina su reperti e alimenti sequestrati nell’abitazione delle vittime, oltre ai 131 prelievi eseguiti lo scorso luglio. Determinanti saranno l’incrocio tra i risultati delle analisi condotte al Robert Koch Institute di Berlino, dove sono in corso gli accertamenti, e i dati raccolti in Italia.
Gli inquirenti hanno inoltre richiesto il supporto dell’FBI per il filone informatico legato alle ricerche online sulla ricina comparse su piattaforme americane, mentre nei giorni scorsi sono state sentite diverse persone informate sui fatti, tra cui un infermiere amico di famiglia che a dicembre aveva effettuato una flebo a Sara durante le ore dei malori.
La difesa, dal canto suo, continua a ribadire che l’ipotesi dell’incidente deve essere valutata come tutte le altre, richiamando i sette precedenti casi citati dall’esperto Carlo Locatelli del Centro Antiveleni Maugeri di Pavia, nei quali l’avvelenamento era risultato accidentale.
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