Trump e la guerra in Iran: "Stiamo stravincendo", ma gli alleati nicchiano sullo Stretto di Hormuz

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Una fiducia granitica, quella espressa da Donald Trump, che si dice certo dell’andamento del conflitto in corso con l’Iran. Raggiunto telefonicamente dalla corrispondente del Corriere della Sera, Viviana Mazza, il presidente americano non ha usato mezzi termini, affermando senza esitazioni che gli Stati Uniti stanno “stravincendo” la guerra. Un’ottimismo che riecheggia le sue dichiarazioni sui social media, dove, tramite un post su Truth Social, aveva già sottolineato come la maggior parte degli alleati della Nato abbia chiarito di non voler essere coinvolta nell’operazione militare, nonostante il sostegno di principio all’approccio statunitense e la contrarietà, ribadita come fuori discussione, a che Teheran possa dotarsi di un arsenale nucleare. Il presidente, interpellato anche sull’ipotesi di un impiego di truppe di terra, ha liquidato la questione con una battuta, affermando di non temere un altro Vietnam, quasi a voler scongiurare qualsiasi parallelo storico con conflitti passati e le loro complesse e sanguinose dinamiche.

Il nodo cruciale, nelle ultime ore, è diventato lo Stretto di Hormuz, quel passaggio marittimo la cui sicurezza è messa a dura prova dalle attuali tensioni. Trump ha più volte ribadito che l’operazione procede spedita, tanto da ipotizzare che “sarà in gran parte finita in due o tre giorni”, salvo poi precisare, in altre occasioni, che le forze armate non sono ancora pronte a lasciare la zona, ma che lo saranno molto presto. A supporto della coalizione che dovrebbe garantire la sicurezza nello Stretto, secondo il presidente, si sarebbero schierati solamente Qatar, Bahrein, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, oltre naturalmente a Israele. Una delusione, invece, la posizione della Nato, nei confronti della quale Trump non ha nascosto un certo disappunto, sottolineando come gli Stati Uniti spendano trilioni di dollari per l’alleanza, un impegno economico che, a suo dire, contribuisce in maniera significativa al deficit nazionale.

Il fronte diplomatico e le risposte degli alleati

La richiesta di supporto, però, sembra essere caduta nel vuoto per quanto riguarda molti dei partner tradizionali. Fonti vicine alla Casa Bianca riferiscono di una certa freddezza da parte di diversi paesi europei, i quali avrebbero fatto sapere di non voler essere trascinati in un conflitto le cui dinamiche e i cui obiettivi finali appaiono, ai loro occhi, tutt’altro che chiari. Il presidente, nel corso di una conferenza stampa, ha risposto in maniera diretta a una domanda sull’eventualità di un dispiegamento di soldati americani in Iran, ribadendo la sua posizione: nessuna paura di ripetere esperienze come quella vietnamita, quasi a voler sottolineare la consapevolezza della potenza di fuoco americana e la diversità del contesto operativo.

Il malcontento di Trump verso gli alleati è palpabile. Nel suo ragionamento, l’America spende ingenti risorse per la difesa comune e si aspetterebbe, in cambio, solidarietà e partecipazione attiva in momenti cruciali come quello attuale. Dall’altra parte, però, diverse capitali europee paiono voler prendere le distanze, preoccupate per le possibili ripercussioni di un allargamento del conflitto e forse anche per l’imprevedibilità che caratterizza alcune delle mosse dell’amministrazione statunitense. La sensazione, insomma, è che la partita diplomatica sia almeno complessa quanto quella militare.

Lo scenario bellico e la strategia comunicativa

Sul terreno, o meglio nei cieli e nelle acque del Golfo, le operazioni continuano. Le dichiarazioni di Trump, nel loro essere costantemente proiettate verso un’ottica di vittoria imminente, sembrano assolvere anche a una funzione precisa: rassicurare l’opinione pubblica interna e, al contempo, mandare un segnale chiaro a Teheran. Il riferimento alla durata breve del conflitto, “due o tre giorni”, è forse da interpretare più come un auspicio o come una direttiva politica che come una reale previsione tattica. La macchina da guerra americana, d’altronde, è complessa e difficilmente riconducibile a tempistiche così stringenti, soprattutto in un’area geografica delicata come quella mediorientale.

Quel che è certo è che la retorica presidenziale si mantiene su toni di assoluta determinazione. La replica a chi evoca lo spettro del Vietnam serve a marcare una discontinuità: per Trump, le condizioni sono radicalmente diverse e la superiorità militare americana è tale da scongiurare qualsiasi ipotesi di un conflitto di logoramento. Resta, sullo sfondo, la questione del coinvolgimento alleato, con gli Stati Uniti che, da un lato, lamentano lo scarso sostegno ricevuto e, dall’altro, rivendicano con orgoglio la capacità di agire unilateralmente, forti di una potenza che il presidente rivendica come assoluta e ineguagliabile. Nel frattempo, gli sviluppi sul campo e le mosse della diplomazia internazionale continuano a intrecciarsi, in un equilibrio instabile che tiene col fiato sospeso gli osservatori di tutto il mondo.

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