Tassa sui pacchi, il governo punta un dito sull'e-commerce e i due euro di cui parlano tutti
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Redazione Economia
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Il governo Meloni, sotto la spinta del ministro dell'Economia, Giorgetti, ha inserito nella Manovra 2026 una misura destinata a far discutere: un contributo fisso di due euro per ogni pacco di valore inferiore ai 150 euro che varca i confini nazionali. L'obiettivo dichiarato, come sottolineato più volte dagli esponenti di governo, è duplice e ambizioso: da un lato si intende porre un argine – seppur simbolico, dati i costi contenuti – al fiume di merci a basso costo, spesso di qualità modesta, che arrivano dall'Asia; dall'altro, si vuole proteggere il sistema produttivo italiano, il cosiddetto Made in Italy, da quelle forme di concorrenza che, basandosi su normative meno stringenti e costi di produzione irrisori, vengono definite sleali.
Una misura che divide e solleva domande
Se l'intento ufficiale sembra trovare una sua logica economica, l'applicazione pratica della norma solleva non poche perplessità, poiché il contributo andrà a colpire indistintamente qualsiasi tipo di acquisto, che si tratti di un capo d'abbigliamento in offerta, di un ricambio per un elettrodomestico o di un oggetto di lusso, purché rientri nella fascia di valore prevista. Questo meccanismo, che alcuni osservatori hanno già ribattezzato come una "tassa della disuguaglianza", finisce per gravare sulle spese quotidiane di una fetta ampia della popolazione, quella che – per necessità o per scelta – si affida ai marketplace online per contenere le uscite. Non si tratta, del resto, di un episodio isolato nell'azione di governo, ma di un tassello di una strategia fiscale che, parallelamente, inasprisce anche la Tobin Tax sulle transazioni finanziarie, mostrando una particolare attenzione verso i flussi digitali e finanziari.
La posizione dell'associazione del commercio elettronico
In questo dibattito si inserisce a gamba tesa l'Aicel, l'Associazione Italiana Commercio Elettronico, la quale – per voce del suo presidente, Andrea Spedale – offre una lettura diversa della questione, legandola a un altro provvedimento comunitario. Spedale richiama infatti l'attenzione sull'abolizione, decisa dal Consiglio dell'Unione Europea, delle deroghe sui dazi per i pacchi extra-UE di basso valore, una misura che di per sé potrebbe far lievitare i costi finali per chi acquista. "Parlare di stangata o di aumento dei prezzi per i consumatori può risultare fuorviante", ha precisato il presidente di Aicel, lasciando intendere come il quadro normativo sia più complesso e come l'introduzione del contributo italiano vada interpretata in un contesto europeo più ampio, dove la parola d'ordine sembra essere una maggiore regolamentazione degli scambi internazionali.
Un contesto internazionale in movimento
La scelta italiana, in effetti, non nasce nel vuoto ma riflette un clima internazionale in evoluzione, dove anche gli Stati Uniti, con Trump nuovamente alla guida della presidenza, hanno spesso mostrato una linea protezionistica in materia commerciale. L'attenzione si sposta dunque dall'impatto immediato sul singolo acquirente – quei due euro che si aggiungono al prezzo di listino – alle conseguenze di medio periodo per il mercato interno e per le relazioni commerciali. Restano da capire, al di là delle dichiarazioni di principio, gli effetti reali su piccole e medie imprese che operano online e su chi, ormai abituato a confrontare prezzi e offerte su scala globale, si vedrà costretto a ricalcolare i propri budget di spesa.




