Nel curling volano gli insulti, la federazione cambia le regole dopo Canada-Svezia
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Redazione Sport
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Il ghiaccio dell’impianto di Cortina, teatro delle gare di curling di queste Olimpiadi, non è mai stato così rovente. La disciplina che per eccellenza rappresenta il fair play, al punto che gli arbitri sono solitamente figure quasi invisibili e le decisioni vengono spesso prese di comune accordo tra gli atleti, si è ritrovata al centro di una bufera mediatica e regolamentare. È successo tutto durante l’incontro del round robin maschile tra il Canada e la Svezia, i campioni olimpici in carica, quando la partita si è trasformata in un ring verbale con tanto di accuse di imbrogli e un linguaggio tutt’altro che sportivo.
L’episodio scatenante, che ha rapidamente fatto il giro del mondo attraverso i video diventati virali sui social, è avvenuto nel nono end. Il giocatore canadese Marc Kennedy, nel rilasciare la sua stone, secondo l’accusa degli svedesi avrebbe toccato il sasso una seconda volta con un dito dopo la linea di rilascio, la cosiddetta hog line, un’infrazione non da poco in uno sport dove la precisione e il rispetto delle procedure sono fondamentali. Lo svedese Oskar Eriksson, terzo della sua squadra, ha subito protestato, avvicinandosi agli avversari con fare accusatorio: “L’hai toccata due volte e l’avevi già fatto”, avrebbe detto, come riportato dai microfoni ambientali. La risposta del canadese, un veterano con 25 anni di carriera alle spalle, non è stata una pacata discussione tecnica, ma un secco e colorito “vaffa***lo”, ripetuto più volte nel tentativo di chiudere la questione. “Non l’ho mai fatto, non ci provare”, ha rincarato la dose Kennedy, visibilmente irritato dall’insinuazione.
L’atmosfera, da quel momento, è diventata irrespirabile, con i giocatori che hanno continuato a battibeccare per diversi minuti, costringendo gli arbitri a interporsi. Non è stata solo una scaramuccia isolata: a inizio partita, infatti, la Svezia aveva già chiesto ai giudici di tenere d’occhio i lanci canadesi, insospettita da alcuni movimenti. Il Canada, quasi per ritorsione, aveva avanzato la medesima richiesta nei confronti dei campioni in carica. Una gara nervosa, insomma, che ha visto i nordamericani imporsi per 8 a 6, ma che ha lasciato sul campo strascichi pesanti. A fine partita, Kennedy ha motivato la sua reazione: “Non mi piace essere accusato di barare. Sono 25 anni che gioco a questi livelli, e siamo la squadra sbagliata con cui fare certe cose”.
La replica della World Curling: niente Var ma più occhi sul campo
La Federazione internazionale, la World Curling, non ha potuto ignorare quanto accaduto, anche perché l’eco mediatica è stata notevole, alimentata dalle immagini dei corpi contesi e dalle parole grosse volate nel tempio di uno sport che si vorrebbe gentiluomo. Con una nota ufficiale diffusa nella giornata di sabato, l’organismo ha chiarito innanzitutto un punto fermo: il video replay, una sorta di Var del ghiaccio, non verrà utilizzato per rivedere le decisioni di gioco. Quelle, una volta prese sul momento, restano definitive, in ossequio alla tradizione della disciplina.
Tuttavia, per rispondere alle polemiche e per prevenire ulteriori incidenti, è stata presa una decisione operativa immediata. A partire dalle sessioni pomeridiane, due ufficiali di gara aggiuntivi pattuglieranno costantemente il campo, posizionandosi lungo l’intera pista per osservare da vicino la fase di rilascio delle stone. Un tentativo di colmare quella zona grisa che la tecnologia non copre: i sensori, infatti, sono inseriti nei manici e rilevano solo i tocchi irregolari su quella specifica parte, non eventuali contatti con il della pietra in granito, come quello contestato al canadese. Se la Var non arriva, arrivano più occhi umani. La Federazione ha inoltre confermato di aver emesso un avvertimento verbale nei confronti di un giocatore canadese per il linguaggio utilizzato, una sorta di diffida ufficiale che mette nero su bianco come certi eccessi verbali non siano tollerati, nemmeno in un contesto di tensione agonistica come quello olimpico.
Le regole del curling e il limite della tecnologia
La vicenda di Cortina riapre una riflessione sul regolamento di uno sport antico, che basa gran parte del suo fascino sull’autoregolamentazione e sull’onore dei giocatori. La norma è chiara: la stone deve essere rilasciata prima di superare la hog line e, una volta lasciata, non può più essere toccata. Ma il rispetto della norma, in assenza di una tecnologia pervasiva come in altri sport, è affidato alla buona fede e alla capacità visiva degli arbitri, che però non possono essere onnipresenti su quattro partite giocate contemporaneamente. Lo stesso Eriksson, a fine gara, ha insistito: “Ho visto che ha toccato la stone due volte, era oltre la linea. I giudici hanno sbagliato a non vederlo. Voglio solo che si giochi tutti con le stesse regole”.
Il punto è che i sensori, per come sono concepiti, non possono rilevare il contatto sulla pietra, ma solo sul manico. Un limite tecnico che ora, con l’introduzione dei due arbitri mobili, si cerca di sopperire con un maggior controllo umano. Resta il fatto che la partita ha messo in luce un nervosismo insolito per il curling, complice forse anche la classifica che vede la Svezia, oro a Pechino, incredibilmente a zero vittorie dopo tre uscite, mentre il Canada guida il girone a punteggio pieno. Un contesto che può aver esacerbato gli animi, portando a reciproche diffidenze. L’intervento della Federazione, se da un lato ristabilisce un principio di autorità, dall’altro fotografa un cambiamento: anche nel curling, l’era del fair play assoluto e degli arbitri invisibili potrebbe aver bisogno di un aggiornamento.




