La tregua “rivalità” di Zelensky e il 9 maggio di Putin tra parate ridotte e attacchi lontani

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Da Mosca a Cheboksary, passando per le linee ucraine dove il silenzio delle armi è solo parziale e precario, il quadro che emerge alla vigilia delle celebrazioni sovietiche è quello di una guerra che nessuno dei due contendenti può più raccontare come una marcia trionfale. Volodymyr Zelensky ha rotto gli schemi, o almeno ha tentato di farlo, annunciando un cessate il fuoco unilaterale che parte dalla mezzanotte tra il 5 e il 6 maggio, anticipando di fatto – con una mossa che sa di sfida più che di resa – la tregua di due giorni che Vladimir Putin aveva intenzione di proclamare per l’8 e il 9, le date sacre al culto della vittoria sul nazismo. «Crediamo che la vita umana sia molto più importante di qualsiasi anniversario», ha scritto il presidente ucraino, incapsulando in una frase il ribaltamento di una narrazione: quella che vorrebbe Mosca come unico referente della tregua e della memoria. Invece, proprio mentre i tulipani rossi continuano a fiorire davanti alle mura del Cremlino, l’atmosfera nella capitale russa è tutt’altro che festosa, anzi è segnata da un’allerta sicurezza che non si vedeva dai primi mesi dell’invasione.

Il quinto anno di “vittoria” e il paradosso della parata ridotta

La Russia si prepara a celebrare la sua quinta giornata della vittoria – quella della Seconda guerra mondiale – per il quinto anno consecutivo di guerra in Ucraina, senza però che nessuna vittoria sia arrivata. Un paradosso che pesa come un macigno sulle spalle di Putin, il quale si trova a dover gestire uno dei più gravi disastri economici e militari nella storia del suo paese: l’economia, tra sanzioni e spese belliche insostenibili, è in grave crisi, e il ritmo dei morti sul fronte ha ormai superato il numero delle nuove reclute che l’Armata russa riesce a raccogliere. A Mosca, intanto, la celebre parata del 9 maggio sarà in forma ridotta: i carri armati saranno meno, i reparti a piedi pure, e il timore di attacchi con droni – o di attentati terroristici – è così palpabile che cartelli con la scritta “No Drone Zone” sono comparsi in ogni angolo della città. Le autorità temono destabilizzazioni interne, e l’aria che si respira è quella di una fortezza sotto assedio, non di una capitale che celebra una presunta gloria.

L’attacco a Cheboksary e il silenzio armato della tregua

Proprio mentre Zelensky proclamava la sua tregua “rivale” e Putin annunciava la pausa per l’8 e il 9 maggio, nella notte tra il 5 e il 6 le forze ucraine hanno lanciato un attacco missilistico e con droni contro diverse regioni russe. Un sito militare-industriale strategico è stato colpito a Cheboksary, nella Repubblica Ciuvascia: si tratta della Jsc Vniir-Progress, un istituto statale che produce componenti per armi di precisione, quelle stesse che Mosca utilizza quotidianamente per bombardare le città ucraine. Canali Telegram russi hanno riportato l’accaduto, e immagini pubblicate dai residenti mostrano un vasto incendio divampato nella struttura. Nessuna rivendicazione ufficiale, per ora, né da Kiev né da Mosca; ma il messaggio è chiaro: la tregua unilaterale di Zelensky non impedisce attacchi contro obiettivi militari in profondità, e quella russa – ancora da attuare – rischia di essere più una dichiarazione propagandistica che una reale sospensione delle ostilità.

La sfida delle narrative e il vuoto di una vittoria mancata

Putin e Zelensky si sfidano dunque sulla tregua come già si sfidano sul campo e sul piano diplomatico, e il risultato è un’impasse dove ogni gesto di distensione viene immediatamente riassorbito dalla logica della guerra totale. Il presidente russo, che siede al Cremlino ormai da più di un anno dopo una rielezione che all’epoca fece notizia ma oggi è un dato di sfondo consolidato, si trova a dover celebrare un anniversario senza la vittoria che gli era stata promessa. I cosiddetti “esperti” occidentali, quelli che per mesi avevano assicurato che la caduta di Kiev fosse imminente e la vittoria russa sicura, hanno dovuto fare i conti con la realtà di un conflitto che si trascina stancamente nel suo quinto anno, logorando entrambe le parti ma senza risolverle. La fragilità del “conquistatore” Putin, insomma, è stata messa a nudo proprio da quella mossa a sorpresa di Zelensky: anticipare un cessate il fuoco che avrebbe dovuto essere un atto di forza del Cremlino, trasformandolo in un atto di pietà umana. E in questa inversione di ruoli, forse, sta la vera notizia di questi giorni di maggio.

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