La morte di Beatrice, i Ris chiudono il sopralluogo a Perinaldo: sequestrati abiti e lenzuola, la difesa della madre valuta una denuncia contro la testimone chiave
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Redazione Interno
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Si è concluso nel primo pomeriggio di oggi l’intervento dei carabinieri del Ris nella villetta di Perinaldo, la casa del compagno di Manuela Aiello, la donna di 43 anni attualmente ristretta nel carcere di Pontedecimo con l’accusa di omicidio preterintenzionale per la morte della figlia di due anni, Beatrice. Gli investigatori, nel corso delle operazioni che erano iniziate nella giornata di ieri, hanno posto sotto sequestro diversi oggetti ritenuti utili ai fini dell’inchiesta. Si tratta, nello specifico, di alcuni capi di abbigliamento e di un numero considerevole di lenzuola, elementi sui quali sono state rinvenute macchie, verosimilmente di natura ematica, che ora verranno sottoposte ad accurate analisi nei laboratori del reparto investigativo dell’Arma.
L’ipotesi degli inquirenti, che hanno iscritto nel registro degli indagati anche l’uomo – il quale si trova in stato di libertà – con la stessa imputazione in concorso, è che la piccola possa aver perso la vita proprio in quell’appartamento e non in quello di Bordighera, dove la madre ha poi inscenato la richiesta di soccorso. La procura, guidata dal procuratore capo Alberto Lari e dalla pm Veronica Meglio, ritiene che il decesso sia avvenuto nella notte tra l’8 e il 9 febbraio e che la donna abbia trasportato il della bambina per una ventina di chilometri, fino alla sua abitazione di strada Morghe, dove intorno alle otto e venti del mattino ha allertato il 118. La villa del compagno, così come quella della Aiello a Montenero, rimane sotto sequestro e la vigilanza delle forze dell’ordine è stata mantenuta per garantirne l’integrità in attesa del completamento degli accertamenti tecnici.
Le testimonianze e le condizioni delle abitazioni: un quadro complesso agli occhi degli inquirenti
Mentre i militari del Ris setacciavano ogni stanza della proprietà di Perinaldo – un ambiente che, dalle prime ispezioni, sarebbe apparso in uno stato igienico-sanitario deficitario e comunque poco adatto alla presenza di minori – emergevano nuovi dettagli dalle carte dell’ordinanza di custodia cautelare. Al centro dell’attenzione, in particolare, c’è il racconto di una donna, assistente sanitaria del nonno paterno delle bambine, la quale avrebbe riferito ai carabinieri di aver visto Beatrice, già il 30 gennaio, con dei lividi sul volto. La testimone avrebbe parlato di violenze fisiche che la madre eserciterebbe «quotidianamente» sulla figlia più piccola, e avrebbe aggiunto di aver udito il nonno dire alle sorelline di nove e dieci anni, le quali sono già state ascoltate in incidente probatorio alla presenza di uno psicologo, una frase agghiacciante: «Mamma ha ucciso tua sorella».
Una ricostruzione, quest’ultima, che il padre della donna ha prontamente smentito, dichiarando di aver semplicemente spiegato alle nipoti che «la sorellina era in cielo». Le due versioni, palesemente in contraddizione tra loro, rappresentano solo uno dei tanti nodi che gli investigatori dovranno sciogliere. La difesa di Manuela Aiello, rappresentata dagli avvocati Laura Corbetta e Bruno Di Giovanni, ha già annunciato l’intenzione di valutare una denuncia nei confronti della testimone, ritenendo le sue parole «pesantissime» e infondate, e sottolineando come l’assistita non conosca quella donna, da lei definita una «estranea» che frequenta la famiglia del nonno.
Le contraddizioni della madre e le macchie di sangue al vaglio della scientifica
La posizione di Manuela Aiello, che dal carcere continua a proclamarsi estranea ai fatti e nei giorni scorsi è stata condotta all’ospedale Gallino per accertamenti dopo aver riferito di essere stata vittima di un’aggressione da parte di uno sconosciuto, si fa sempre più complessa. L’esame autoptico condotto dal professor Francesco Ventura, direttore dell’istituto di medicina legale di Genova, ha infatti evidenziato sul della piccola Beatrice numerose lesioni, tra cui un trauma cranico riconducibile a un’emorragia cerebrale come causa del decesso, e molteplici ecchimosi su dorso, addome e arti, alcune delle quali sarebbero state provocate, stando ai primi rilievi del consulente della procura Andrea Leoncini, da un oggetto contundente.
La versione fornita dalla donna, secondo cui la bambina era «vivace e cadeva in continuazione» – una giustificazione che avrebbe dato anche a parenti e conoscenti, parlando ora di una caduta dalla culla, ora da una scala di cemento – appare perciò in netto contrasto con i riscontri oggettivi emersi dalla medicina legale. I Ris, nel frattempo, hanno esteso le ricerche anche all’abitazione di Bordighera, dove hanno messo in sicurezza alcuni indumenti e hanno esaminato la scala esterna menzionata dalla donna, nel tentativo di trovare riscontri alle sue dichiarazioni. Le analisi di laboratorio sui materiali repertati saranno ora determinanti: la presenza di macchie di sangue riconducibili alla bambina in luoghi diversi da quello in cui è stato trovato il suo, o su indumenti che possano confermare l’uso di un oggetto contundente, potrebbe fornire agli inquirenti la prova definitiva per ricostruire con esattezza la dinamica di quelle ore drammatiche.




