Odermatt, l’azzardo del numero 1 che costa il poker di sfere. Pinturault, il saluto al campione
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Redazione Sport
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È bastata una manche, forse nemmeno quella intera, per riscrivere la storia di una specialità che sembrava già consegnata nelle mani del dominatore stagionale. Sulle nevi norvegesi di Hafjell, teatro delle finali di Coppa del Mondo, Marco Odermatt si è presentato con il pettorale numero 1 addosso – un’arma a doppio taglio, quella del privilegio di tracciare per primo la neve – con l’obiettivo chiaro di blindare la quarta sfera di cristallo della disciplina in un’annata che già lo aveva visto trionfare in altre due specialità. E invece, a metà del primo frazionamento, la sua gara è finita. Un approccio troppo aggressivo, un rischio calcolato ma rivelatosi fatale, lo ha portato a un errore dal quale nemmeno il fuoriclasse nidvaldese ha potuto recuperare: il tentativo di sfruttare al massimo la partenza vantaggiosa si è trasformato in un’uscita di scena che, per la prima volta dopo due stagioni, gli nega il poker di coppe di specialità nello stesso inverno.
Il colpo da maestro di Pinheiro Braathen
Dall’uscita del cannibale ha tratto il massimo vantaggio Lucas Pinheiro Braathen, l’uomo che ha trasformato l’occasione in un pezzo di storia. Il brasiliano, già oro olimpico a Milano-Cortina nella stessa disciplina, ha gestito la pressione con la freddezza di un veterano, capitalizzando il vuoto lasciato dal rivale. Non solo la vittoria di tappa – arrivata con il tempo di 2’20″65 davanti allo svizzero Loic Meillard e al norvegese Atle Lie McGrath – ma soprattutto la conquista della Coppa del Mondo di gigante: con 547 punti finali contro i 495 di Odermatt, Pinheiro Braathen regala al Brasile il primo globo di cristallo della storia dello sci alpino, un’impresa che vale quanto l’oro olimpico e che corona un finale di stagione dove ha vinto tutto ciò che c’era da vincere.
L’addio di Pinturault e le difficoltà azzurre
Il gigante di Hafjell è stato però anche il palcoscenico di un addio carico di emozione, quello di Alexis Pinturault. Il fuoriclasse francese, alla sua ultima uscita dopo una carriera costellata da 34 vittorie e un titolo iridato nella generale, ha salutato con l’undicesimo posto, regalando agli appassionati l’ultima immagine di un interprete elegante e potente della disciplina. Per l’Italia, invece, la giornata si è colorata di toni decisamente più spenti. Alex Vinatzer, in un finale di annata che definire complicato è un eufemismo, non è riuscito a trovare il feeling con le condizioni primaverili, concludendo in diciannovesima posizione e lasciando trapelare tutta la sua delusione: la necessità di migliorare su questa tipologia di neve emerge come un’urgenza tecnica non più rinviabile. Giovanni Franzoni, dal canto suo, ha chiuso ventunesimo, portando a termine una stagione che resta grandiosa nel complesso – lui che è vice campione olimpico in discesa – ma confermando la difficoltà di alternare con costanza le due anime della velocità e della tecnica.
La regina Shiffrin e il dominio in slalom
Se nel gigante maschile il copione si è ribaltato, in campo femminile non c’è stata storia. Mikaela Shiffrin ha fatto ciò che le riesce meglio, dominando l’ultimo slalom stagionale con la consueta autorità. La vittoria numero 110 in carriera – la nona in dieci gare di slalom in questa stagione – è arrivata senza particolari patemi, sancendo un’egemonia che il circuito femminile non ha saputo contrastare. Con questa prestazione, l’americana mette in bacheca l’ennesima coppa di specialità, un bottino che arricchisce ulteriormente la sua leggenda personale. E mentre per Odermatt l’azzardo del numero 1 è costato caro, per lei il lusso è stato quello di poter gestire il vantaggio dall’alto della sua esperienza, confermando che, quando si parla di slalom, il margine di errore per le avversarie resta ancora inesistente.




