Sub morti alle Maldive, il legale di Montefalcone accusa: “UniGe era consapevole”
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Redazione Economia
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La vicenda giudiziaria legata alla morte dei cinque subacquei italiani – avvenuta il 14 maggio scorso nelle acque dell’atollo di Vaavu, alle Maldive, durante un’immersione a oltre cinquanta metri di profondità – si arricchisce di un nuovo, e per certi versi atteso, capitolo polemico.
Mentre all’ospedale di Gallarate proseguono gli esami autoptici sui corpi di Monica Montefalcone, della figlia Giorgia Sommacal e della ricercatrice Muriel Oddenino (nella giornata di lunedì erano state esaminate le salme di Gianluca Benedetti e Federico Gualtieri), è il fronte legale delle famiglie a muovere un attacco frontale all’Università di Genova, l’ateneo dove la professoressa Montefalcone insegnava Ecologia al Dipartimento di Scienze della Terra, dell’Ambiente e della Vita (Distav).
Secondo quanto dichiarato dai legali della docente, l’ateneo non solo era perfettamente a conoscenza delle attività scientifiche svolte dalla professoressa alle Maldive – attività che, come documentato da una pubblicazione del marzo 2025 sulla rivista “Environments”, prevedevano campionamenti a profondità superiori agli ottanta metri – ma avrebbe tratto da quelle spedizioni materiale per ricerze e pubblicazioni, salvo poi prendere le distanze dalla tragedia con una rapidità che appare quanto meno sospetta 37.
La scomparsa dei profili e la “procedura automatica” dell’ateneo
A innescare la reazione dei familiari, in particolare del marito della professoressa, Carlo Sommacal, è stata una circostanza apparentemente burocratica ma carica di implicazioni simboliche. A distanza di pochissimi giorni dalla tragedia, i profili istituzionali di Monica Montefalcone e di Muriel Oddenino sono letteralmente spariti dal sito dell’Università di Genova: chi oggi cerca di raggiungere le loro pagine nella rubrica online si trova davanti a un “Errore 404” o al messaggio: “La persona che stai cercando non collabora più con l’Università” 1 5.
Una rimozione, questa, che l’ateneo ha giustificato in via ufficiale come l’esito di una “procedura informatica automatica legata all’inserimento del decesso” nei sistemi anagrafici. Tuttavia, come hanno fatto notare gli stessi legali delle vittime, lo stesso automatismo non si è attivato con analoga tempistica per altri docenti dell’ateneo scomparsi in passato, alimentando il sospetto che si tratti, piuttosto, di una precisa strategia comunicativa volta a prendere le distanze da due studiose le cui attività extra-istituzionali sono finite al centro di un’inchiesta per omicidio colposo 9.
“Una fretta che non comprendo”, ha dichiarato il marito della professoressa, sottolineando come nel curriculum della moglie figurassero tutti i brevetti necessari per quel tipo di immersioni, inclusi quelli speleosub 5.
La scienza oltre gli 80 metri: ciò che l’ateneo sapeva (e non ha detto)
Il cuore della discordia, però, non è solo la rimozione di un profilo web, ma la natura stessa della spedizione. L’Università di Genova ha ripetuto più volte, fin dai giorni immediatamente successivi all’incidente, che “l’attività di immersione subacquea nel corso della quale si è verificato l’incidente non rientrava in alcun modo nelle attività previste dalla missione scientifica, ma è stata svolta a titolo personale” 4 5. Una tesi, quest’ultima, che i legali della famiglia Montefalcone – gli avvocati Giuseppe Pugliese e Alessandro Albert – contestano radicalmente.
Per sostenere la propria tesi, i difensori si sono avvalsi di un elemento documentale pesantissimo: uno studio pubblicato nel marzo 2025 sulla rivista internazionale “Environments”, firmato tra gli altri proprio da Monica Montefalcone e da colleghi del Distav 3.
In quello studio, che rappresenta il “primo tentativo di studiare le caratteristiche sedimentologiche dei fondali del Blue Hole di Faanu Mudugau”, si legge letteralmente che il 12 maggio 2022, durante la “XXV spedizione scientifica organizzata dall’Università di Genova”, i subacquei raccolsero carote di sedimento “a 82 metri di profondità sul fondo del Blue Hole” 3.
Di fronte a questa evidenza, il noto biologo marino Silvio Greco ha dichiarato che la comunità scientifica internazionale era perfettamente a conoscenza del fatto che la professoressa Montefalcone svolgesse ricerche alle Maldive a profondità superiori agli 80 metri, attività per le quali era riconosciuta come esperta 3 7. L’avvocato della famiglia ha quindi ribaltato la prospettiva: non era una missione “personale”, bensì un’attività istituzionale di cui l’ateneo non solo era consapevole, ma di cui si è anche pubblicamente avvalso per produrre scienza.
Il nodo delle autorizzazioni e le responsabilità della logistica
In mezzo a queste due opposte ricostruzioni – quella dell’ateneo che parla di attività privata e quella dei legali che parlano di committenza istituzionale – si inserisce il nodo spinoso delle autorizzazioni maldiviane. Secondo la normativa locale, le immersioni ricreative non possono superare i trenta metri di profondità senza uno specifico provvedimento dell’autorità marittima 10.
La società Albatros Top Boat, il tour operator verbanese che ha commercializzato la crociera, ha più volte ribadito attraverso la propria legale, l’avvocato Orietta Stella, di non essere stata informata dell’intenzione di effettuare immersioni tecniche in grotta a sessanta metri, e che comunque “non l’avrebbe mai consentita” 2 6.
L’avvocato Stella ha chiarito che il personale di bordo, compresa la guida Gianluca Benedetti, era assunto da una società maldiviana (la Island Cruiser Limited Company) e che il permesso per l’attività di ricerca era stato rilasciato dal governo maldiviano al gruppo scientifico 4.
Resta quindi sul piatto un interrogativo di fondo, che solo l’avanzamento delle indagini della procura di Roma potrà sciogliere: se l’Università sapeva che le sue ricercatrici si immergevano a profondità non autorizzate (o semi-autorizzate) dal punto di vista amministrativo maldiviano, e se aveva messo in conto i rischi connessi a quelle esplorazioni.
Per ora, l’unica certezza è che le autopsie – i cui primi risultati non hanno evidenziato anomalie macroscopiche, rimandando ogni conclusione agli esami tossicologici che richiederanno novanta giorni – dovranno fare i conti anche con la carta dei diritti e dei doveri accademici 9.




