Il centrosinistra e il rebus Calabresi: Albertini apre al voto disgiunto, nel Pd è scontro sulle primarie

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’ex sindaco di Milano Gabriele Albertini, figura storica del centrodestra milanese e già presidente della Fondazione Teatro alla Scala, ha acceso il dibattito sulla corsa a Palazzo Marino con un’intervista destinata a far discutere. Interpellato sul nome del giornalista Mario Calabresi, dato in forte ascesa per il ruolo di candidato sindaco del centrosinistra, Albertini ha ammesso una riflessione che suona come un vero e proprio rompicapo per gli schieramenti opposti.

«Calabresi? Sono tentato di votarlo», ha dichiarato Albertini, motivando l’apertura al voto disgiunto con un ragionamento che capovolge le logiche della competizione elettorale: «Con lui il centrosinistra vince al primo turno. A noi serve un civico di buon livello».

Il giudizio di Albertini e il vantaggio per il centrodestra

Le parole dell’ex primo cittadino, rilasciate in un contesto ancora informale ma già ampiamente riprese dagli addetti ai lavori, contengono un’analisi politica spiazzante. Secondo Albertini, qualora Mario Calabresi dovesse effettivamente diventare il nome scelto dal campo progressista, la sua area politica si troverebbe «in enorme difficoltà». Non si tratta di un auspicio o di un semplice pronostico, ma di una valutazione che l’ex sindaco ha voluto sottolineare con nettezza: «Con lui gli avversari politici vincono al primo turno. Mi dispiace essere così pessimista».

Questa dichiarazione, che arriva a poche settimane dalla potenziale ufficializzazione delle candidature, getta una luce cruda sulle dinamiche di una competizione che a Milano si preannuncia più complessa del previsto, soprattutto per il centrodestra che, nelle intenzioni di Albertini, dovrebbe comunque vagliare con attenzione la scelta del proprio rappresentante.

Il dilemma del Pd e lo stallo con le primarie

L’eventuale discesa in campo di Calabresi, ex direttore di La Stampa e poi di Repubblica, non sta provocando però soltanto scossoni nel fronte moderato. La notizia delle sue dimissioni da tutti gli incarichi in Chora Media, la società di podcast di cui era tra i fondatori, ha impresso un’accelerazione decisiva a un percorso che nell’aria circolava già da diverse settimane, ma che ora ha messo di fronte a una scelta concreta la segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, e il partito cittadino.

Il nodo è sostanziale: la leader dem sosterrà la candidatura del giornalista oppure asseconderà la richiesta, che arriva forte dalla base milanese, di ricorrere alle primarie di coalizione? La posizione di Schlein, per ora, è parsa piuttosto fredda agli occhi degli osservatori, un atteggiamento che ha già innescato un dibattito interno su quale sia la strada più corretta per arrivare a una sintesi con Azione, il mondo di Calenda, e con le altre anime del centrosinistra.

La frattura con Cinque Stelle e Azione

Ad aggravare il quadro, emerge un’antica contraddizione che il centrosinistra milanese non ha mai davvero risolto. La candidatura di Calabresi, lungi dall’essere un fattore unificante, rischia di riportare a galla il problema della compatibilità politica tra Azione e Movimento Cinque Stelle. Se da un lato è vero che a Milano il voto pentastellato si è rivelato quasi irrilevante nelle ultime consultazioni, e che le liste centriste di Azione non pesano in modo decisivo in termini di numeri puri, la questione non è affatto solo aritmetica.

Sul piano programmatico e valoriale, la distanza tra le due componenti permane ampia, e la scelta di un civico di alto profilo come Calabresi, sebbene possa rappresentare una soluzione di facciata, non risolve il problema alla radice: i Cinque Stelle non stanno insieme ad Azione per vocazione naturale, e questa frattura rischia di vanificare i tentativi di costruire una coalizione solida già a partire dalla campagna elettorale.

Il percorso personale di Calabresi e le storie del nuovo libro

Intanto, in attesa di una presa di posizione ufficiale da parte della segreteria del Pd e degli alleati, Calabresi si prepara a confrontarsi con un’altra dimensione della sua vita pubblica. La sua storia personale, inevitabilmente legata alla memoria del padre Luigi Calabresi, commissario ucciso durante gli anni di piombo, si intreccia con i racconti raccolti nel suo ultimo progetto letterario, come emerge dall’incontro in programma al Teatro Parenti di Milano.

Nel libro, l’autore dà voce a storie che sembrano lontane dalla politica: una nonna rimasta sola in un palazzo popolare, spaventata da un mondo che non riconosce; una bibliotecaria che cerca un libro per una bambina che non si sente rappresentata in nessuna storia; una donna che dà un nome ai morti senza identità, regalando pace a due sorelle in attesa da vent’anni; e un uomo che, dopo aver passato la vita a cercare il colpevole della morte del padre, riceve un dono anonimo che finalmente lo solleva dal peso dell’indifferenza.

Sono frammenti di umanità che, se da un lato raccontano il suo approccio empatico alla realtà, dall’altro sollevano il dubbio su quanto questo profilo sia effettivamente in grado di tenere insieme le macerie di una coalizione di centrosinistra già provata da divergenze profonde.

Il riferimento alla canzone di Giorgio Gaber, che cita il labirinto del dilemma tra un uomo e una donna, suona quasi come una metafora perfetta del momento che stanno vivendo Calabresi e Elly Schlein: non sono amanti, certo, ma il destino politico dell’uno sembra ora legato a doppio filo alle scelte dell’altra.

L’ex direttore di Stampa e Repubblica ha già compiuto il suo passo, svuotando gli uffici e mollando gli impegni con la società di podcast che in sei anni aveva prodotto quattrocentoventi serie; ora tocca alla segretaria decidere se assecondare la volontà del partito cittadino, che preme per le primarie, o se chiudere gli occhi e puntare dritto su di lui, rischiando però di scavare un solco ancora più profondo tra le anime del centrosinistra.

Quel che è certo è che il primo effetto concreto di questa discesa in campo è stato quello di riportare a galla tutti i nodi irrisolti di una coalizione che, almeno per il momento, fatica a trovare una sintesi.

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