Graviano e la carta sugli affari con Berlusconi, l'avvocato: «Può recuperarla solo da uomo libero»

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Giuseppe Graviano sostiene di sapere dove si trovi la carta privata che proverebbe i rapporti economici tra suo nonno materno e Silvio Berlusconi, ma secondo il suo legale, Antonio Sanvito, potrebbe recuperarla soltanto da uomo libero. Lo ha riferito l'avvocato al Fatto quotidiano a margine del processo di Firenze, parlando del documento mai visto la cui esistenza è stata evocata dal boss di Brancaccio nel corso della sua deposizione come testimone nel procedimento che vede imputato Salvatore Baiardo per calunnia ai danni di Massimo Giletti.

Il racconto del boss in aula

Graviano, detenuto da 32 anni al regime del 41 bis per le stragi del 1993 e per altre condanne definitive, ha dichiarato in videocollegamento dal carcere di Cagliari che tra il 1969 e il 1970 suo nonno Filippo Quartararo e altri imprenditori palermitani investirono complessivamente 20 miliardi di lire in una società con Berlusconi, somma di cui il parente ne avrebbe messi tra i quattro e i cinque miliardi. Secondo la sua versione, esisterebbe una scrittura privata che documenterebbe l'accordo, con una quota del 20 per cento delle ricchezze prodotte destinata agli investitori.

Il capomafia ha aggiunto di aver saputo di questi affari dopo la morte del padre, avvenuta nel gennaio 1982, quando il nonno lo coinvolse insieme al cugino Salvatore per seguire la vicenda. Ha poi riferito di tre incontri con Berlusconi: uno tra il 1982 e il 1983 a Milano, uno nel 1986 mentre era latitante e un terzo nel dicembre 1993, poco prima dell'arresto avvenuto il 27 gennaio 1994, incontro che secondo il suo racconto serviva a fissare un appuntamento per formalizzare l'ingresso degli investitori nelle società.

La versione già nota e le smentite

Si tratta di dichiarazioni che Graviano aveva già reso nel 2020 davanti alla Corte d'Assise di Reggio Calabria nel processo 'Ndrangheta stragista, dove la sua attendibilità è stata valutata con ampia cautela dagli inquirenti. Il racconto si fonda su circostanze riferite da persone decedute e non ha mai trovato riscontri documentali o testimoniali nei procedimenti che si sono succeduti.

Nel 2004 la procura di Palermo escluse un ingresso di capitali esterni in Fininvest sulla base di una consulenza tecnica, mentre una sentenza della Cassazione dell'ottobre 2025 ha reso definitivo l'accertamento secondo cui non risulta processualmente provata alcuna attività di riciclaggio di Cosa nostra nelle imprese berlusconiane. Nel corso della stessa deposizione fiorentina, Graviano ha definito una falsità l'esistenza di una fotografia che lo ritrarrebbe insieme a Berlusconi e al generale dei carabinieri Francesco Delfino sul lago d'Orta, immagine al centro delle accuse mosse a Baiardo.

La reazione politica e familiare

Le parole del boss hanno provocato una reazione immediata da parte della famiglia Berlusconi e di Forza Italia. Marina Berlusconi ha parlato di un monumento all'ipocrisia giudiziaria, sostenendo che il processo contro Baiardo sia diventato un pretesto per processare surrettiziamente suo padre e Marcello Dell'Utri, entrambi impossibilitati a difendersi.

Il segretario di Forza Italia e vicepremier Antonio Tajani si è detto indignato per quelle che ha definito accuse infamanti formulate senza contraddittorio, aggiungendo che si tratta di un accanimento giudiziario che va oltre la morte e mina i principi dello Stato di diritto. La presidente dei senatori azzurri Stefania Craxi ha sottolineato che si tratta di racconti fondati esclusivamente sulle parole di un boss mafioso condannato per gravissimi delitti e già smentiti dai fatti, mentre il senatore Maurizio Gasparri ha parlato di uso politico della giustizia portato alle estreme conseguenze.

Nel corso dell'udienza la difesa di Baiardo ha chiesto la nullità degli atti relativi ai verbali con le dichiarazioni di Graviano, eccezione che il collegio ha respinto.

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