Biennale 2026, annunciati i padiglioni nazionali. La Guinea “salva” la presenza italiana
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La macchina organizzativa della Biennale d’Arte di Venezia, giunta alla sua 61ª Esposizione Internazionale in programma dal 9 maggio al 22 novembre 2026, ha ufficializzato il quadro completo delle Partecipazioni Nazionali, un elenco che conta novantanove Paesi e trentuno eventi collaterali destinati ad animare non solo i consueti spazi dei Giardini e dell’Arsenale, ma anche una costellazione sempre più ramificata di sedi storiche e palazzi disseminati nel tessuto urbano della città lagunare. La geografia culturale che ne deriva, come accade ormai da diverse edizioni, non cessa di ampliarsi e di ridefinire i confini dell’arte contemporanea su scala globale, accogliendo sette new entry assolute: si tratta della Repubblica di Guinea, della Repubblica di Guinea Equatoriale, della Repubblica di Nauru, del Qatar, della Repubblica di Sierra Leone, della Repubblica Federale di Somalia e della Repubblica Socialista del Vietnam, cui si aggiunge El Salvador che, pur non essendo al debutto in assoluto, partecipa per la prima volta con un proprio padiglione autonomo.
Una presenza inaspettata tra le nuove adesioni
La circostanza che ha destato maggiore curiosità, e che in molti hanno interpretato come una sorta di “salvagente” per la visibilità italiana in un’edizione che vede il nostro Paese sostanzialmente escluso dalla mostra principale curata da Koyo Kouoh – la prima curatrice africana nella storia della manifestazione, scomparsa prematuramente nel maggio del 2025 – risiede proprio in una di queste nuove partecipazioni. È emerso infatti che il progetto della Guinea, pur essendo una iniziativa autonoma del Paese africano, coinvolgerà artisti e professionisti italiani nella realizzazione del proprio padiglione, garantendo così, seppur in una forma mediata e indiretta, una presenza del tricolore all'interno del circuito ufficiale. Una sorta di beffa paradossale, se si considera il dibattito acceso dall'assenza di artisti italiani nella selezione della curatrice, una lista di centoundici nomi che non contempla alcun esponente del Bel Paese.
Il nodo strutturale del sistema artistico italiano
Al di là dell’aneddotica, la questione solleva interrogativi più profondi, che travalicano la semplice composizione di una lista di invitati. L’assenza dell’Italia dalla mostra In Minor Keys, infatti, non è che il sintomo più evidente di una difficoltà endemica che attanaglia il nostro sistema dell’arte contemporanea. Come osservato da Beatrice Buscaroli, che nel 2009 curò il Padiglione Italia, ci si deve chiedere se esista, nel nostro Paese, una strategia di comunicazione e promozione capace di intercettare l’attenzione di curatori internazionali come Kouoh, e se strumenti pur esistenti, come l’Italian Council, dispongano realmente delle risorse e della visione per proiettare la ricerca artistica italiana all’estero. La sensazione diffusa, suffragata peraltro da analisi di mercato, è che l’Italia viva di rendita sul proprio immenso patrimonio storico, senza riuscire a investire in modo strutturale sulla produzione contemporanea, con un mercato che vale meno del due per cento del totale globale e una fiscalità che, nonostante alcuni passi avanti, rimane meno attrattiva rispetto a quella di Francia o Germania per chi intenda sostenere la creatività attuale.
Una geografia relazionale che ridisegna il mondo
L’edizione 2026, fortemente voluta e progettata da Kouoh prima della sua scomparsa e ora realizzata dal suo team, si annuncia come una esplorazione profonda delle relazioni umane e artistiche, declinata in “toni minori”, lontana dalle gerarchie tradizionali e vicina, piuttosto, a pratiche collaborative e processuali. Mentre attorno a questo nucleo tematico prendono forma le proposte dei singoli Paesi, dal Canada di Abbas Akhavan alla Francia di Yto Barrada, passando per l’India che torna con un gruppo di cinque artisti -5-9-10, la vicenda del coinvolgimento italiano nel padiglione della Guinea assume i contorni di una metafora involontaria. Essa racconta di un’arte italiana che, per farsi spazio, deve talvolta cercare ospitalità altrove, inserendosi nei progetti altrui, in un cortocircuito che vede la nazione organizzatrice della più antica e prestigiosa rassegna d’arte del mondo costretta a ricorrere a “scorciatoie” per vedere riconosciuta la propria presenza sul proprio palcoscenico di casa. Resta, sullo sfondo, la mole imponente di numeri e partecipazioni che trasformeranno Venezia in un laboratorio globale, con centinaia di artisti pronti a confrontarsi con il tema della soglia e dell’ascolto profondo suggerito da Kouoh, in una Biennale che, nel suo insieme, promette di essere un crocevia di voci e prospettive inedite.




