«Un cannibale a Bormio: von Allmen prende anche il superG, è il terzo oro. L’Italia dello sci maschile ancora fuori dal podio»
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Redazione Sport
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Franjo von Allmen ha vinto anche il supergigante. Lo svizzero, ventiquattrenne di poche parole e sci velocissimi, si è preso la medaglia d’oro sulla pista Stelvio di Bormio con il tempo di 1 minuto, 25 secondi e 32 centesimi, mettendosi alle spalle lo statunitense Ryan Cochran-Siegle — argento a tredici centesimi, il secondo consecutivo dopo Pechino 2022 — e il connazionale Marco Odermatt, che chiude con il bronzo a ventotto centesimi e con la sensazione, per lui abituato a vincere ovunque e da anni, di essere ormai l’ombra del proprio compagno di squadra -1-3-7. Per von Allmen, che aveva già trionfato nella discesa libera e nella combinata a squadre in coppia con Tanguy Nef, è la terza medaglia d’oro in cinque giorni, un’impresa che lo proietta nell’albo d’oro accanto a due mostri sacri come l’austriaco Toni Sailer — tripletta a Cortina d’Ampezzo nel 1956 in slalom, gigante e discesa — e il francese Jean-Claude Killy, capace di ripetere il tris a Grenoble nel 1968 -1-8. La differenza, se vogliamo essere precisi, sta nelle discipline: Sailer e Killy vinsero su tre classiche diverse, mentre von Allmen ha infilato due prove di velocità e una combinata, specialità quest’ultima che alcuni osservatori tendono a svalutare perché dipende in larga misura dalla frazione tecnica, affidata peraltro a un compagno specialista dello slalom, ma che resta comunque un Titolo olimpico e in quanto tale pesa come un macigno -9.
Il cannibale si è fermato, Odermatt rincorre sé stesso
Marco Odermatt, il fuoriclasse totale che da cinque inverni domina la Coppa del Mondo, continua a cercare alle Olimpiadi quella scintilla che in Coppa si accende con disarmante regolarità. A Bormio, dove pure era partito con i favori del pronostico sia in discesa che in supergigante, il numero uno del circo bianco si è dovuto inchinare due volte al più giovane compagno, e nella combinata a squadre ha raccolto un argento che sa di beffa più che di premio -4. Nel superG Odermatt ha provato a forzare i ritmi, cercando l’attacco totale fin dalle prime porte, ma la Stelvio — pista che non perdona gli eccessi di foga — gli ha restituito un tracciato meno pulito, qualche linea troppo chiusa e una perdita di velocità nel tratto finale che ha trasformato l’oro sognato in un bronzo accettato con lo sguardo fisso sugli scarponi e la testa già proiettata al gigante, l’ultima chance per lasciare un segno che non sia quello del gregario di lusso -4-7. Dalla Svizzera, intanto, arriva l’eco di un’egemonia che si è semplicemente spostata: von Allmen, partito col pettorale numero sette, ha sciato in uno stato di grazia quasi ipnotico, raccolto nella posizione aerodinamica più lunga e pulita, quella che sulla carta permette di guadagnare quei decimi che fanno la differenza tra un piazzamento e la gloria -7.
L’Italia si ferma ai piedi del podio, e Paris perde lo sci
Per l’Italia del supergigante maschile, specialità che dalla sua introduzione olimpica a Calgary 1988 non ha mai visto un azzurro sul podio, la trentasettesima edizione dei Giochi non ha interrotto la maledizione. Giovanni Franzoni, che nella discesa di sabato aveva regalato un argento inatteso e commovente, ha chiuso al sesto posto con un ritardo di sessantatré centesimi, un gap che sulla distanza del superG è un abisso e che lo ha relegato fuori dalla top five -2-5. Prestazione opaca anche per Christof Innerhofer, undicesimo, e per Mattia Casse, ventiquattresimo a oltre due secondi, mentre la gara di Dominik Paris è durata lo spazio di una curva: una mancata, il vibrazione dello sci destro sullo scalino della pista e l’attacco che cede, con il carico che si sposta e l’azzurro che scivola sulla neve fermandosi pochi metri più giù, poi la risalita a recuperare l’attrezzo e il ritorno al cancelletto con la consapevolezza che l’occasione, su quella pista di casa, era già sfumata -2-3-5. La squadra maschile, che pure aveva festeggiato due medaglie tra discesa e combinata, resta a secco nel supergigante, e il tracciato tracciato da un tecnico italiano non ha offerto alcun vantaggio agli azzurri, complici anche scelte di linea e di assetto che non hanno mai davvero messo in difficoltà i top favoriti -2-7.
Cochran-Siegle e la tradizione di famiglia, gli Stati Uniti ritrovano l’argento
Dall’altra parte dell’oceano, a Vermont, c’è una famiglia che lo sci lo respira da tre generazioni. Ryan Cochran-Siegle, argento anche a Pechino, ha vinto la sua seconda medaglia consecutiva nella stessa disciplina con una prova di sostanza e fluidità, sciolinato e preciso, capace di resistere alla pressione di correre davanti alla madre Barbara, oro nello slalom a Sapporo ’72, e di tenere dietro un mostro come Odermatt -3-7. Per gli Stati Uniti, che piazzano River Radamus fuori per un errore e Sam Morse ventitreesimo, la prestazione del trentaquattrenne di Burlington rappresenta una delle poche note liete in un supergigante che ha visto invece i canadesi — Crawford, Alexander, i fratelli Seger — navigare a metà classifica senza mai impensierire il podio -7. Resta, sullo sfondo, la sensazione che il livello tecnico complessivo si sia alzato proprio mentre il margine tra chi vince e chi esce si assottiglia fino a diventare impercettibile: von Allmen ha sbagliato pochissimo, anzi quasi niente, e quel niente è bastato per entrare nella storia.




