Wanda Marasco, un Campiello e un treno verso Napoli
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Mentre il treno, inerpicandosi tra una galleria e l’altra, la riconduce a Napoli, Wanda Marasco risponde al telefono con una voce che tradisce l’emozione di una notte quasi insonne e la fatica di un segnale che continuamente vacilla. È il viaggio di ritorno di una scrittrice che, appena sabato, ha visto il suo romanzo “Di spalle a questo mondo” edito da Neri Pozza vincere la sessantatreesima edizione del premio Campiello, ottenendo ben ottantasei voti dalla giuria. Un riconoscimento prestigioso, che lei stessa definisce «libero e rigoroso», conquistato dopo una vigilia trascorsa nel timore di un esito così ambito.
Classe 1953, napoletana, la Marasco ha condensato in una vita l’insegnamento, il teatro, la poesia e, infine, la prosa. «Solo quando ho avuto giornate libere dal lavoro e dalla cura – ha spiegato alla Stampa – ho potuto dedicarmi alla scrittura, che necessita una dedizione pressoché assoluta». Una dedizione che ha trovato il suo culmine in un’opera che fa della vita del chirurgo ottocentesco Ferdinando Palasciano e di sua moglie, Olga Pavlova Vavilova, un’elica narrativa che vortica nei sotterranei della psiche e della Storia, romanzando una vicenda vera.
Proprio a Palasciano, figura storica di spicco, la Marasco attribuisce i tratti di un precursore ante litteram dell’umanitarismo moderno, paragonandolo, in un’intervista all’ANSA, a «un Gino Strada dell’800». Un uomo il cui operato, come suggerito dal titolo stesso del libro, si fondava su un principio di integrità assoluta, sul «fare il bene dando le spalle al mondo», un concetto che per l’autrice si lega indissolubilmente alla stessa pratica letteraria.




