Crans-Montana, la titolare del Constellation chiama in causa una vittima: "Le candele? A Cyane piaceva portarle"

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Davanti ai procuratori e agli avvocati delle famiglie, Jessica Moretti ha ricostruito le consuetudini del suo locale, il Constellation, entrando nel merito di quelle pratiche che la notte di Capodanno ne trasformarono l'interno in un rogo. La proprietaria, che insieme al marito Jacques risponde di omicidio colposo plurimo, ha dichiarato – stando ai verbali degli interrogatori – che la decisione di servire lo champagne con candele pirotecniche, il cosiddetto "stile Constellation", era demandata al personale. Una dinamica operativa che, secondo la sua versione, delegava ai dipendenti la scelta di impiegare o meno quegli elementi spettacolari, i quali, inseriti nel collo delle bottiglie, venivano trasportati da una cameriera in equilibrio sulle spalle di un collega.

La dinamica dello "stile Constellation"

«Sono loro a decidere», ha affermato la Moretti, riferendosi ai suoi dipendenti, i quali avrebbero goduto di autonomia nell’adottare quel particolare cerimoniale. Tra coloro che avrebbero apprezzato e scelto di portare le bottiglie con le candele accese vi era, a suo dire, Cyane Panine, la giovane cameriera di 24 anni che perse la vita nella sciagura insieme ad altre persone. «A Cyane piaceva portarle», ha testimoniato la titolare, sottolineando come non avesse mai percepito un pericolo in quella prassi: «Se avessi pensato al minimo rischio, lo avrei proibito». Dichiarazioni che, inevitabilmente, spostano il fuoco dell’indagine sulle procedure interne e sulla catena di comando all’interno del locale, mentre i dipendenti superstiti hanno già smentito questa ricostruzione, attribuendo alla proprietà la piena responsabilità delle scelte operative.

I precedenti problemi strutturali e l'arsenale pirotecnico

I verbali, del resto, rivelano altre circostanze significative precedenti la tragedia. A metà dicembre, infatti, i pannelli fonoassorbenti che rivestivano il soffitto del seminterrato – e che poi, infiammati dalle scintille, produssero gas letali – mostravano già segni di cedimento. Jacques Moretti, assente in quel periodo, venne informato via smartphone dal barista e diede disposizione di provare a riattaccarli «in qualche modo», suggerendo di incollarli tenendoli su. Un episodio che si somma al ritrovamento, tra le macerie, di una notevole quantità di materiale pirotecnico inutilizzato: una borsa blu intatta contenente lanciarazzi, petardi e oltre un centinaio di fontane scintillanti, parte dell'arsenale destinato ad animare le serate del locale.

L'inchiesta prosegue tra versioni contrastanti

Il procedimento giudiziario, dunque, si articola su due piani paralleli e strettamente intrecciati: da un lato la gestione della sicurezza strutturale e la manutenzione dei locali, dall’altro l’adozione e il controllo di protocolli rischiosi durante l’attività di intrattenimento. Le dichiarazioni di Jessica Moretti, che chiamano in causa direttamente una delle vittime, introducono un elemento di profonda tensione nel processo, mettendo in luce una frattura evidente tra la versione della proprietà e quella del personale sopravvissuto. La rabbia delle famiglie delle vittime, peraltro, era già esplosa in seguito alla scarcerazione di Jacques Moretti, un passaggio che ha aggiunto dolore a un quadro giudiziario di per sé complesso, dove ogni testimonianza cerca di ricostruire la catena di negligenze che portò alla strage.

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