Il rogo del Sannazaro, cenere e memoria della Napoli più autentica

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Redazione Interno Redazione Interno   -   C’è chi l’aveva sempre chiamata la “Bomboniera”, per quegli stucchi, quegli ori e quella forma intima da salotto buono della città, e chi invece, più semplicemente, la sentiva come casa. Il teatro Sannazaro, la sera di lunedì, era ancora una volta il centro della vita culturale partenopea; all’alba di martedì, di quel fulgore, non restava che una cupola crollata sulla platea e un acre odore di bruciato che si è sparso per via Chiaia, penetrando nei vicoli e nei ricordi di chi quel palco lo ha calpestato o solo ammirato dalla poltrona. Le fiamme, le cui cause sono al vaglio della Procura che ha aperto un fascicolo per incendio colposo, non hanno divorato semplicemente legno e velluto: hanno azzerato uno strato spesso di storia del teatro italiano, un luogo dove la prosa, da sempre, si faceva dialetto del cuore -1-10.

Un palcoscenico lungo quasi due secoli, dalla Duse a De Filippo

Per comprendere cosa sia andato perduto in quella notte di febbraio, bisogna tornare al lontano 1847, quando il duca di Marigliano volle trasformare l’area dell’antico chiostro dei Padri Mercedari in un nuovo spazio scenico progettato da Fausto Niccolini. Da allora, il Sannazaro è stato una silenziosa sentinella dei cambiamenti del gusto e della società: fu il primo teatro napoletano a illuminarsi elettricamente, nel 1888, durante una rappresentazione di Scarpetta, e proprio lì, Eduardo Scarpetta portò al trionfo la sua *Santarella* per cento sere consecutive, guadagnandosi la fama e la villa al Vomero con la celebre scritta “Qui rido io”. Ma la lista dei grandissimi che vi hanno recitato è un itinerario nella drammaturgia nazionale: vi passarono Eleonora Duse, Ermete Novelli, Ruggero Ruggeri, e vi si incontrarono, quasi per caso, un giovane Eduardo De Filippo e Luigi Pirandello, sancendo un'alleanza ideale tra due modi di intendere la scena.

Luisa Conte e la rinascita, quel “jolie bouquet” ridato alla città

Se il Sannazaro è arrivato fino a noi, però, il merito è di una donna e della sua ostinazione. Dopo un periodo buio in cui lo stabile era stato persino trasformato in un cinema di scarsa frequentazione, furono Nino Veglia e, soprattutto, Luisa Conte a rilevarlo e a restituirgliene la dignità. Correva il 1971 quando la Compagnia Stabile Napoletana, da lei guidata, inaugurò il “nuovo corso” con *Annella di Portacapuana*, riannodando i fili di una tradizione che sembrava spezzata. Luisa Conte, attrice impetuosa e capocomica determinata in un'epoca in cui quel ruolo spettava quasi esclusivamente agli uomini, divenne l’anima stessa del teatro: ci recitò fino alla morte, nel 1994, e vi instaurò un rapporto simbiotico con il pubblico, fatto di commedie popolari replicate anche due volte al giorno, sempre col tutto esaurito. Dopo di lei, la nipote Lara Sansone ha raccolto il testimone, portando avanti quella tradizione e incrociandola con linguaggi più innovativi, come nel celebre *Cafè Chantant* natalizio, e mantenendo il Sannazaro come uno degli ultimi baluardi del teatro autenticamente popolare.

Le voci dal palco e la corsa per non disperdere la stagione

A raccontare il legame viscerale tra Napoli e il suo Sannazaro sono, nelle ore immediatamente successive al disastro, le parole di chi quel palco lo ha conosciuto. Marisa Laurito parla di una “parola d'ordine: ricostruzione immediata”, mettendo in guardia dal rischio che la commozione social si trasformi in oblio, mentre Sergio Rubini, che ha girato al Sannazaro scene del suo film *I fratelli De Filippo*, rievoca il dolore già provato per l'incendio del Petruzzelli di Bari: una ferita che, come quella, si spera possa rimarginarsi, ma che lascia per sempre la sensazione di un'irrimediabile perdita. Lo scrittore Maurizio De Giovanni, che solo dieci giorni fa dialogava sul palco con David Grossman davanti a una sala gremita, si è già attivato in prima persona, lanciando un appello affinché il mondo della cultura organizzi eventi e spettacoli il cui ricavato vada interamente devoluto alla ricostruzione, mentre il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, ha promesso che il teatro “tornerà a splendere”.

I danni ingenti e l'inchiesta sulle fiamme partite dall'adiacenze

Mentre la città si stringe attorno ai gestori e ai circa sessanta sfollati delle palazzine limitrofe, costretti a lasciare le loro case per precauzione, i vigili del fuoco lavorano per mettere in sicurezza l'area e spegnere gli ultimi focolai. Il comandante provinciale, Giuseppe Paduano, non ha usato giri di parole: “Il teatro è completamente compromesso, è tutto bruciato, dal palcoscenico ai palchi, dalla platea al foyer”. La stima preliminare dei danni è drammatica, oscillando tra i sessanta e i settanta milioni di euro, e quattro persone sono state medicate per lievi intossicazioni da fumo, così come due pompieri sono rimasti feriti in modo non grave per la caduta di un palchetto durante le operazioni di spegnimento. La dinamica, al momento, sembra far propendere per un'origine accidentale, forse partita da un appartamento, ma saranno gli accertamenti dei periti a stabilire con certezza cosa abbia innescato quel rogo che ha ridotto in cenere un pezzo di anima partenopea.

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