Botulino in Calabria, indagati due medici per i decessi di Di Sarno e D’Acunto
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
La Procura di Paola ha formalizzato le accuse contro tre persone nell’ambito dell’inchiesta sulla sospetta intossicazione da botulino che ha portato alla morte di Luigi Di Sarno, 52 anni, e Tamara D’Acunto, 45, nel cosentino. Oltre al titolare del food truck di Diamante, Giuseppe Santonocito – il cui locale è considerato l’origine del focolaio – sono finiti nel registro degli indagati due medici delle strutture sanitarie dove le vittime si erano recate prima di aggravarsi.
Le dinamiche dei soccorsi, secondo gli investigatori, potrebbero aver giocato un ruolo decisivo. «Gli hanno detto di andare dal neurologo», racconta chi ha incrociato le ultime ore di Luigi, soprannominato Luis, artista di strada conosciuto sul lungomare per le sue performance. Tamara, invece, abitava a pochi metri dal chiosco di Santonocito, frequentato per anni senza sospetti. «Mangiamo lì da sempre», dicono i residenti, mentre l’uomo, schiacciato dai sensi di colpa, ripete: «Sono distrutto, ditemi come riscattarmi».
L’antidoto contro la tossina, unico trattamento efficace se somministrato tempestivamente, fa parte della scorta strategica nazionale creata dopo l’11 settembre per rispondere a emergenze chimiche o batteriologiche. Una rete di quindici centri specializzati è pronta a distribuirlo, ma la finestra d’intervento è stretta: il botulino, se non contrastato, paralizza i muscoli respiratori in poche ore.




