Giro, tra le rovine di Veliko Tarnovo la storia la scrive Silva: Vingegaard e Pellizzari si annullano, caduta choc per la Uae
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Redazione Sport
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La seconda tappa del Giro d’Italia, la lunga trasferta di 221 chilometri da Burgas a Veliko Tarnovo, doveva essere il primo vero banco di prova per i pretendenti alla maglia rosa, e in parte lo è stata, anche se all’arrivo a raccogliere il testimone (e la maglia) non è stato nessuno dei grandi attaccanti della vigilia. È bastato l’ultimo chilometro, quello che spesso si trasforma in una giostra impazzita di sguardi e incertezze, per ribaltare ogni pronostico: mentre Jonas Vingegaard e Giulio Pellizzari, ormai ripresi dopo un tentativo di fuga che sembrava perfettamente confezionato, si guardavano addosso, il gruppo ha risucchiato ogni velleità. A spuntarla, nello sprint ristretto che ne è seguito, è stato l’uruguaiano Guillermo Thomas Silva, che con questa volata non solo si è tolto la soddisfazione personale di battere il tedesco Florian Stork e l’azzurro Giulio Ciccone, ma ha concretizzato un sogno che nessun suo connazionale aveva mai nemmeno sfiorato prima d’ora. Lui, della XDS Astana, diventa così il primo corridore dell’Uruguay a vincere una frazione e a indossare la simbolica casacca rosa.
La scintilla dei due leoni e il passo falso decisivo
Quando mancano ormai una decina di chilometri al traguardo, e la pioggia rende l’asfalto bulgaro viscido come una lastra di ghiaccio, ci si aspetta il gelo e invece arrivano le scintille. È Jonas Vingegaard a rompere gli indugi sull’ultima asperità della giornata, il Lyaskovets Monastery Pass, lanciato a tutta birra dal suo gregario Davide Piganzoli. Il danese, che di solito aspetta le montagne degli ultimi sette giorni per colpire, sembra voler archiviare subito la pratica: scatta con una violenza controllata, ma dall’altra parte trova subito il muro eretto da Giulio Pellizzari. Il marchigiano della Red Bull-Bora non solo regge l’urto, ma risponde colpo su colpo, agganciandosi alla ruota insieme a Lennert Van Eetvelt. Il terzetto si forma così in un lampo, guadagnando quei venti secondi che, in quella fase, sembravano il biglietto per la vittoria finale. E invece, inspiegabilmente, l’accordo salta: il vantaggio si dissolve metro dopo metro, forse per la troppa tattica o forse per il semplice fatto che nessuno dei tre voleva trascinare l’altro alla gloria. A un chilometro dal traguardo, il gruppo li riprende, vanificando quella che appariva come un’azione da manuale.
Una caduta da brivido che cambia la geografia della corsa
Se la volata ha regalato una storia a lieto fine, il ventaglio di incidenti che ha squarciato il plotone a ventitré chilometri dal traguardo ha invece scavato un solco profondo nella classifica generale. È una curva verso destra, presa forse con troppa sicurezza sull’esterno, a trasformarsi in una trappola letale: a toccare l’asfalto bagnato è prima Marc Soler, e la sua scivolata innesca una reazione a catena che coinvolge una trentina di corridori. Le immagini mostrano corpi che rotolano oltre i guardrail e un silenzio irreale che cala subito dopo il fracasso. Jay Vine e lo stesso Soler vengono caricati in ambulanza, costretti al ritiro, mentre Adam Yates si rialza da sotto le lamiere con il volto coperto di sangue e fango – una maschera quasi irriconoscibile. L’inglese della Uae prova a ripartire, spinto dal solo istinto, ma taglia il traguardo con un passivo di quasi quattordici minuti: per lui, e di fatto per l’intera squadra emiratina, il Giochi è finito ancor prima di entrare nel vivo. A nulla è valsa la breve neutralizzazione della corsa, servita solo a permettere ai mezzi di soccorso di districarsi tra i corpi a terra; la Uae esce da questa frazione in ginocchio e priva dei suoi uomini di punta.
Il lavoro sporco di Scaroni e il sigillo dello storico Silva
Mentre i big annaspavano nelle loro scaramucce personali, c’è chi ha sfruttato la confusione con la lucidità di un giocatore di scacchi. Christian Scaroni, il factotum dell’Astana, ha capito che l’occasione era troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire: si è messo in testa al treno negli ultimi metri, consumando le energie per proteggere il suo capitano e lanciarlo a quella velocità perfetta che serve per vincere una volata ristretta. Silva non ha avuto che da ringraziare e sferrare l’affondo, mostrando un coraggio che non è comune a chi si affaccia per la prima volta a queste latitudini. La sua gioia, incontenibile, è il contraltare perfetto allo sconforto di chi invece ha gettato al vento l’occasione. Pellizzari, arrivato quinto, ha battuto il pugno sul manubrio a fine gara, consapevole che una stoccata vincente era a portata di mano. Peccato che, nel ciclismo come nella vita, le occasioni non aspettano nessuno: e questa, almeno per oggi, è andata a tingersi di rosa nei colori insoliti dell’Uruguay.




