Produzione industriale italiana in caduta libera, allarme Confindustria

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il 2024 si è rivelato un anno critico per l’industria italiana, con un crollo della produzione che ha raggiunto picchi preoccupanti, soprattutto nel mese di dicembre. Secondo i dati diffusi dall’Istat, il calo su base annua è stato del 7,1%, un dato che non si registrava dai tempi della pandemia, mentre rispetto a novembre la flessione è stata del 3,1%. Unico settore a resistere è stato quello alimentare, che ha mantenuto una certa stabilità, mentre altri comparti, in particolare l’automobilistico e la moda, hanno trainato il declino generale.

Confindustria, attraverso le parole del presidente Emanuele Orsini, ha lanciato un appello urgente, sottolineando la necessità di interventi immediati per contrastare una crisi che ormai dura da due anni. «È assolutamente necessario concentrare l’attenzione di tutti per affrontare le difficoltà che si addensano sulla nostra produzione industriale», ha dichiarato Orsini, evidenziando come il calo del 3,5% registrato nel 2024 rispetto all’anno precedente rappresenti un segnale allarmante per l’intero sistema economico.

La situazione non è migliore a livello regionale, come dimostra il caso delle Marche, dove il Partito Democratico ha accusato la Giunta regionale di immobilismo di fronte al continuo calo delle imprese. «La Giunta è immobile, un disastro», hanno commentato esponenti del Pd, denunciando una mancanza di azioni concrete per sostenere il tessuto produttivo locale.

Tra le cause del declino, oltre alla recessione tedesca che ha ridotto la domanda di prodotti italiani, si annoverano anche le cosiddette “follie green”, ovvero politiche ambientali che, secondo alcuni osservatori, avrebbero penalizzato eccessivamente alcuni settori industriali senza offrire alternative sostenibili nel breve periodo.

L’opposizione, da parte sua, ha colto l’occasione per criticare l’esecutivo, concentrandosi sul dato negativo della produzione industriale e ignorando altri indicatori economici, come la crescita dell’occupazione o la diminuzione della disoccupazione, che pure mostrano segnali positivi. Una scelta che, secondo alcuni, rischia di alimentare un clima di sfiducia senza proporre soluzioni concrete.

Intanto, il settore automobilistico e quello della moda, pilastri storici del made in Italy, continuano a registrare performance negative, mettendo in luce le fragilità di un sistema che fatica a competere sui mercati globali. La mancanza di investimenti in innovazione e la concorrenza internazionale sempre più agguerrita stanno erodendo quote di mercato che un tempo sembravano solide.

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