Il debito pubblico torna a salire a gennaio, sfiorando i 3.113 miliardi. Foreign buyer in crescita.
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Redazione Economia
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Il nuovo anno si apre all’insegna di un incremento per il debito delle amministrazioni pubbliche, il quale, secondo i dati diffusi dalla Banca d’Italia nel suo ultimo bollettino di finanza pubblica, ha fatto registrare a gennaio un aumento di 16,8 miliardi di euro rispetto al mese di chiusura del 2025, attestandosi così a 3.112,3 miliardi. Una dinamica, questa, che riporta il valore complessivo dello stock a ridosso dei massimi storici toccati lo scorso ottobre, quando si era arrivati a quota 3.131 miliardi, e che trova le sue motivazioni principali in due distinte voci contabili. Da un lato, si osserva la crescita delle disponibilità liquide del Tesoro, le quali sono aumentate di 9,5 miliardi portandosi a 61,9 miliardi; un incremento della cassa pubblica che, tecnicamente, incide sul debito lordo. Dall’altro, a pesare è stato il fabbisogno delle amministrazioni pubbliche, pari a 8 miliardi, a testimonianza di come la differenza tra le uscite e le entrate dello Stato continui a richiedere un ricorso al mercato dei capitali.
I fattori tecnici e la composizione del debito tra via Nazionale e gli investitori
Vi sono poi elementi di segno opposto che hanno lievemente attenuato l’espansione del debito, contribuendo con una riduzione complessiva di 0,8 miliardi. Tra questi, rientrano gli effetti derivanti dagli scarti e dai premi di emissione e rimborso dei titoli, così come la rivalutazione dei bond indicizzati all’inflazione e le fluttuazioni dei tassi di cambio. Se si analizza la ripartizione per sottosettori, l’incremento è quasi interamente ascrivibile alle Amministrazioni centrali, cresciute di 16,6 miliardi, mentre il contributo delle Amministrazioni locali è stato marginale, per soli 0,2 miliardi; sostanzialmente stabile, invece, la posizione degli Enti di previdenza. Per quanto concerne la detenzione del debito, la quota in mano alla Banca d’Italia prosegue nella sua lenta discesa, passando dal 18,5 al 18,3 per cento.
L’appeal internazionale dei titoli di Stato e il ruolo dei risparmiatori italiani
Di particolare interesse, nell’ambito della fotografia scattata da Palazzo Koch, è la composizione della base investitori, sebbene il dato più aggiornato sulla nazionalità dei sottoscrittori si riferisca al mese di dicembre. In quel periodo, la percentuale di titoli di Stato in mano a investitori non residenti – ovvero fondi sovrani, grandi banche d’affari e istituzioni finanziarie straniere – è ulteriormente salita, toccando il 34,4 per cento del totale, una frazione che in termini assoluti si traduce in un importo vicino ai 1.063 miliardi di euro. Un segnale, questo, di rinnovata fiducia da parte dei cosiddetti “investitori esteri” nel mercato del debito italiano, i quali sembrano aver gradito le ultime emissioni. Contestualmente, la quota detenuta da altri residenti, categoria che comprende principalmente famiglie e imprese non finanziarie, ha mostrato una flessione, scendendo al 14,4 per cento; un movimento che segue il forte attivismo del retail nei mesi precedenti, quando collocamenti come il Btp Valore avevano fatto segnare raccolte record.
L’evoluzione del fabbisogno e le scadenze tecniche nei conti pubblici
L’analisi dei dati di finanza pubblica, che confermano una vita media residua del debito stabile a 7,9 anni, giunge in un momento in cui il Tesoro si trova a dover gestire un volume considerevole di emissioni lorde previste per l’intero arco del 2026. Il dato relativo al fabbisogno di gennaio, che da solo spiega quasi la metà dell’aumento mensile, riflette le ordinarie necessità di cassa dello Stato. Va sottolineato, come precisato dalla stessa Banca d’Italia, che il confronto delle entrate tributarie di gennaio con l’analogo periodo del 2025 risulta al momento poco significativo a causa di disomogeneità tecniche nelle contabilizzazioni, una distorsione che dovrebbe risolversi a partire dai dati di febbraio. Resta da monitorare, nei prossimi mesi, l’evoluzione dello spread con il Bund tedesco e la capacità di assorbimento del mercato primario, in un contesto nel quale la Banca Centrale Europea ha ormai ridotto la sua presenza sul secondario.




