Hormuz e Kharg, la doppia partita degli Usa contro Teheran

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   È attorno alla riapertura dello Stretto di Hormuz – quel varco strategico da cui transita una fetta sostanziale del greggio mondiale – che si gioca, nelle stanze del potere americano, la possibilità di chiudere o meno il braccio di ferro con l’Iran. Da settimane, questa considerazione, rimbalzata fra centri studi specializzati e i piani alti dell’Amministrazione, sta modellando gli aggiustamenti tattici e strategici decisi dal presidente Trump. Se Hormuz rappresenta il cuore nevralgico del confronto, il controllo dell’isola di Kharg ne diviene l’elemento periferico capace, se maneggiato con la forza, di mandare in tilt gli equilibri di Teheran. È proprio su questo lembo di terra – sedici chilometri quadrati a ventiquattro dalla costa iraniana – che si starebbe concentrando l’attenzione degli strateghi militari, pronti a trasformare una valutazione teorica in un’operazione ad altissimo rischio.

L’opzione Kharg e la linea del fuoco

Secondo quanto riferito da Axios, che cita quattro fonti vicine al dossier, l’amministrazione sta valutando seriamente piani per occupare o bloccare l’isola di Kharg, da dove passa il novanta per cento delle esportazioni di greggio iraniano. Non si tratta di una semplice ipotesi tattica: gli avvocati del Pentagono, a quanto apprende l’agenzia, sarebbero già stati consultati sulla legalità di un simile scatto. Un’operazione di questo genere, che mirerebbe a strangolare economicamente Teheran per costringerla a riaprire lo Stretto di Hormuz, potrebbe però mettere i militari americani direttamente sulla linea del fuoco. L’isola, a quindici miglia dalle coste iraniane, è un obiettivo altamente difeso, il cui assalto – o anche solo il blocco navale – rischierebbe di innescare una reazione immediata da parte delle forze della Guardia Rivoluzionaria, trasformando una dimostrazione di forza in un conflitto aperto.

L’accelerazione del dispiegamento militare

Sullo sfondo di queste valutazioni, il movimento di uomini e mezzi verso il Medio Oriente ha subito un’accelerazione. Diverse fonti statunitensi, tra cui il Wall Street Journal, riferiscono di un imponente trasferimento di risorse: tre navi da guerra e circa ottomila marines sono già in viaggio, diretti verso l’area di competenza del Central Command, il comando che sovrintende alle operazioni americane nella regione. Si tratta di un rafforzamento sostanziale, pensato non tanto per una mera deterrenza, quanto per dotare i comandanti sul campo di una capacità offensiva immediata. L’esercito sta accelerando il dispiegamento di questi ottomila militari con l’obiettivo dichiarato di potenziare le operazioni contro l’Iran, in un contesto dove la diplomazia appare ormai ridotta al minimo dei contatti e la tensione viene gestita esclusivamente attraverso la logistica e la potenza di fuoco.

La strategia tra pressione economica e rischio militare

La scelta di puntare su Kharg non è casuale: colpire il principale terminale di esportazione del greggio significa colpire direttamente la linfa vitale dell’economia iraniana, già provata dalle sanzioni. L’amministrazione, con Trump nuovamente alla Casa Bianca, sembra intenzionata a inasprire ulteriormente la morsa, cercando di trasformare un blocco navale – che finora ha visto scaramucce e sequestri di petroliere – in un’occupazione fisica del territorio. Tuttavia, la natura stessa dell’obiettivo rende l’operazione estremamente complessa. Un’incursione anfibia su un’isola fortificata a pochi chilometri dal continente iraniano esporrebbe le truppe statunitensi a un rischio di fuoco incrociato difficilmente calcolabile, trasformando quella che si presenta come una mossa di pressione in un potenziale casus belli. La presenza già in atto delle navi da guerra e dei marines in avvicinamento suggerisce che, se il via libera arriverà, i tempi per l’esecuzione potrebbero essere molto più brevi di quanto si preveda.

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