Balendra Shah stravince le elezioni in Nepal, spazzato via il vecchio establishment

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il verdetto delle urne in Nepal non lascia spazio a interpretazioni: Balendra Shah, trentacinquenne ex rapper conosciuto ai più come “Balen”, è il nuovo primo ministro, forte di una vittoria che ha dell’incredibile non solo per la sua portata numerica, ma soprattutto per ciò che rappresenta. La sua formazione, il partito Indipendenza nazionale (Rsp), ha letteralmente polverizzato la concorrenza, conquistando, secondo i dati quasi definitivi della Commissione elettorale, 124 seggi su 165 assegnati con il sistema maggioritario. Un risultato che, se sommato ai seggi proporzionali, potrebbe proiettare il partito verso una maggioranza di due terzi, un qualcosa che mancava nella storia democratica del paese himalayano dal lontano 1959.

Shah, che fino a poche settimane fa sedeva sullo scranno di sindaco di Kathmandu, ha voluto rendere ancora più iconica la sua ascesa andando a vincere proprio nel feudo del suo grande rivale, il veterano Kp Sharma Oli, nella circoscrizione di Jhapa. L’ex primo ministro, figura dominante della sinistra nepalese per decenni, è stato travolto da un margine abissale: oltre 68.300 preferenze per il leader dell’Rsp, poco più di 18.700 per Oli, un segnale inequivocabile di come il vento sia cambiato. Quelle stesse strade che solo sei mesi fa avevano visto migliaia di giovani della Gen Z scendere in piazza contro la corruzione e la lentezza della politica, fino a rovesciare il governo guidato proprio da Oli, erano le stesse che ieri hanno festeggiato al suono delle campanelle, simbolo del partito di Shah.

Balen, ingegnere civile con un passato nella scena hip-hop underground, ha saputo fare della sua popolarità e della sua immagine di “outsider” un’arma politica vincente. I suoi testi, come quelli del celebre brano “Balidan”, che conta milioni di visualizzazioni, sono sempre stati una critica feroce alla classe dirigente, accusata di arricchirsi mentre il paese sprofondava nella disoccupazione. Ed è proprio questo elettorato giovane, stanco dei privilegi e dei cosiddetti “nepo babies” della politica tradizionale, che ha visto in lui l’unica speranza di cambiamento, trasformando il voto in un vero e proprio plebiscito per il suo partito antisistema.

Una maggioranza senza precedenti e le prime ombre

La portata del trionfo dell’Rsp è tale da permettere a Shah di formare un governo stabile senza la necessità di quelle coalizioni litigiose e fragili che hanno caratterizzato gli ultimi vent’anni di vita politica nepalese. Un’autonomia operativa che gli consentirebbe di mettere in pratica il programma senza dover continuamente mediare con alleati scomodi. Eppure, se da un lato la forza dei numeri garantisce stabilità, dall’altro espone il nuovo premier a critiche e sfide per le quali la sua giovanissima compagine politica non sembra del tutto attrezzata.

L’Rsp, infatti, è un partito nato solo quattro anni fa dalla costola di movimenti civici e ha basato la sua ascesa principalmente sul carisma del suo leader e sull’utilizzo sapiente dei social media, più che su una solida e radicata macchina organizzativa sul territorio. La mancanza di una struttura capillare e di quadri esperti nella pubblica amministrazione potrebbe rappresentare il primo vero scoglio da superare. Inoltre, l’entusiasmo che ha portato alla vittoria rischia di scontrarsi con la dura realtà di un paese con un’economia asfittica, una disoccupazione giovanile alle stelle e una dipendenza cronica dalle rimesse dei lavoratori all’estero, una situazione complessa che non si risolve certo con la sola forza del rinnovamento generazionale.

Il peso del mandato e il profilo del nuovo leader

Balen, che ha fatto della sua estraneità ai giochi di palazzo il suo punto di forza, si trova ora ad affrontare le complessità della diplomazia e del governo. La sua esperienza da sindaco della capitale, pur apprezzata per alcuni interventi come la gestione dei rifiuti e la decongestione del traffico, non è stata esente da polemiche, in particolare per metodi considerati da alcuni eccessivamente autoritari nella gestione degli sgomberi di venditori ambulanti e occupazioni abusive. Critiche che lui e il suo partito hanno sempre evitato di affrontare di petto, preferendo un rapporto diretto con i follower sui social piuttosto che il confronto con la stampa e le istituzioni.

Ora che il cerino della leadership è nelle sue mani, Shah dovrà dimostrare che il suo approccio, fatto di linguaggio diretto e promesse di rottura, possa tradursi in atti concreti per sollevare le sorti di una nazione che per troppo tempo ha brancolato nel caos politico. Il suo passato da rapper e la sua immagine da “duro” con gli occhiali da sole scuri potrebbero non bastare più: il paese, e in particolare quella Generazione Z che lo ha portato al potere, pretende fatti e risposte rapide a problemi annosi, come l’emigrazione di massa e la mancanza di prospettive.

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