Leonardo in rosso a Piazza Affari: gli spiragli di pace in Iran e il giudizio di Jefferies frenano il titolo della difesa

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La giornata che si è appena chiusa a Piazza Affari ha consegnato un verdetto di segno opposto per Leonardo, il colosso italiano dell’aerospazio e della difesa. Se l’indice Ftse Mib ha infatti archiviato la seduta con un progresso dello 0,3%, lo stesso non si può dire per il titolo guidato da Lorenzo Mariani, che ha invece subito una flessione del 2,6% fermandosi a quota 56,59 euro. Una performance, questa, che lo ha di fatto eletto come il peggiore del paniere principale, in una giornata dove il mercato azionario milanese nel suo complesso – nonostante qualche timore persistente – ha saputo tenere la barra dritta. A pesare sul gruppo ex Finmeccanica non è un singolo fattore, bensì la combinazione di due elementi distinti: da un lato le avvisaglie di una possibile distensione diplomatica in Medio Oriente, dall’altro il taglio della raccomandazione da parte degli analisti di Jefferies.

La pace come nemico dei conti: il vento cambia per il comparto

Il settore della difesa, è bene ricordarlo, ha rappresentato per diversi trimestri un rifugio sicuro per gli investitori, cavalcando l’onda lunga delle tensioni internazionali che hanno caratterizzato gli ultimi anni. Tuttavia, lo scenario che si delinea all’orizzonte – segnato da cauti ma concreti spiragli di tregua in Iran – sta invertendo bruscamente quella rotta. Il mercato, anticipando un possibile allentamento del rischio geopolitico, ha iniziato a dismettere quelle posizioni difensive che avevano garantito plusvalenze record. In questo contesto, l’azienda italiana si trova così a fare i conti con una repentina normalizzazione delle aspettative, dopo un triennio che l’aveva vista letteralmente volare: basti pensare che nell’ultimo triennio il titolo ha messo a segno un guadagno vicino al 700%, mentre solo nello scorso anno l’incremento è stato superiore all’88%. Un rally, quello alimentato dai conflitti in Ucraina e in Medio Oriente, che ora sembra essersi arenato di fronte alla possibilità – per quanto ancora incerta – di un cessate il fuoco duraturo.

Jefferies abbassa la cresta: il rating passa da “Buy” a “Hold”

Se il contesto macroeconomico ha giocato un ruolo determinante, a contribuire alla débâcle di Leonardo ci ha pensato anche la matita degli analisti. Jefferies, in una nota dedicata al comparto aerospaziale e della difesa, ha infatti rivisto al ribasso il proprio giudizio sul titolo, portandolo da “Buy” (acquistare) a “Hold” (mantenere). Una scelta, quest’ultima, accompagnata da un taglio del prezzo obiettivo (target price), limato da 68 a 62 euro per azione. La motivazione addotta dalla società di intermediazione, come si legge nei rapporti diffusi agli operatori, risiede nella percezione di un “contesto più difficile” per l’intero settore. In pratica, dopo la lunga cavalcata rialzista, gli spazi per un ulteriore apprezzamento si sarebbero ridotti, giustificando così un atteggiamento più prudente. Non solo: secondo l’analista Chloe Lemarie, mentre la difesa aerea è stata centrale nel conflitto iraniano, ora le preferenze degli investitori si stanno spostando verso i comparti terrestri, un’area dove Leonardo è presente ma che non rappresenta il suo core business dominante.

La struttura tecnica e l’incognita del vertice

Osservando il grafico, la situazione appare tutt’altro che rosea per il titolo. Sebbene la struttura di brevissimo periodo mostri qualche timido miglioramento – grazie alla tenuta dell’area di supporto individuata a 55,91 euro – lo scenario di medio periodo rimane connotato negativamente. La minore forza relativa del titolo rispetto al Ftse Mib, rilevata nell’ultima settimana, rischia di fare di Leonardo una preda facile per i venditori, sempre pronti ad approfittare di potenziali debolezze. A queste dinamiche puramente tecniche si aggiunge poi un’ulteriore variabile interna che ha alimentato le perplessità del mercato: il recente cambio ai vertici aziendali. Il passaggio di consegne da Roberto Cingolani a Lorenzo Mariani, nonostante venga interpretato dagli addetti ai lavori come un segnale di continuità più che di rottura, ha generato un alone di cautela negli ultimi trenta giorni, periodo in cui il titolo ha già lasciato sul terreno circa il 5%. Un dato, quest’ultimo, che conferma come la fiducia degli investitori sia legata non solo alla pace nei conflitti, ma anche alla stabilità gestionale di chi quei contratti di difesa deve negoziare.

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