Ferretti, il socio Kkcg trascina i cinesi di Weichai in tribunale per le nomine del cda
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Redazione Economia
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Lo scontro per la governance di Ferretti, il colosso forlivese degli yacht di lusso che controlla marchi iconici come Riva, Pershing e Wally, non accenna a placarsi, anzi trova una nuova e agguerrita arena nelle aule giudiziarie di Bologna. Il secondo azionista della società, Kkcg Maritime, facente capo al miliardario ceco Karel Komarek, ha formalmente impugnato le deliberazioni assunte dall’assemblea dei soci del 14 maggio scorso, quelle stesse che avevano sancito il controllo del gruppo in mano ai cinesi di Weichai e portato alla nomina del nuovo consiglio di amministrazione.
Con un ricorso che chiede misure cautelari urgenti, l’azionista di minoranza punta a sospendere l’efficacia delle principali decisioni, gettando un’ombra di incertezza giuridica su un'azienda considerata strategica per gli interessi nazionali.
Il golden power e il voto degli azionisti "fantasma" nel mirino
Il cuore del ricorso presentato al Tribunale di Bologna – e della strategia legale di Kkcg – si basa su un presupposto tecnico ma politicamente esplosivo: la presunta violazione della normativa sul Golden Power. Secondo la società del magnate ceco, i diritti di voto esercitati da Ferretti International Holding (Fih), la vehicle attraverso cui Weichai controlla il 39,5% del capitale, avrebbero dovuto essere sospesi.
La ragione, spiegano i legali, risiede nel mancato adempimento degli obblighi di notifica da parte di Weichai, procedura obbligatoria per gli investimenti in società che detengono, come Ferretti, know-how e tecnologie sensibili per la sicurezza nazionale e la difesa. Kkcg non si limita però a contestare il voto del socio principale; punta il dito contro quella che definisce una rete occulta di piccoli azionisti.
Sostiene che una quindicina di soci – tra cui figurerebbero Bank of China e la Adtech Advanced Technologies –, legati agli interessi di Pechino, abbiano agito in concerto senza rendere noto al mercato i propri accordi, gonfiando artificiosamente il consenso alla lista guidata dai cinesi.
Dalla sala del consiglio alla camera di consiglio: una governance contesa
L’assemblea del 14 maggio si era conclusa con la vittoria della lista di Weichai, che aveva incassato il 52,31% dei voti, contro il 47,44% raccolto dalla compagine capeggiata da Komarek. Quest’ultimo, nonostante la sconfitta elettorale tra i soci, può contare su un fronte ampio e variegato: la sua proposta era stata sostenuta da ben 164 azionisti (rappresentanti il 45,11% del capitale) e aveva ottenuto il gradimento dei proxy advisor indipendenti Iss e Glass Lewis.
Se da un lato Kkcg chiede quindi un ricalcolo dei voti, escludendo quelli che ritiene illegittimi per far trionfare le proprie candidate, dall’altro l’azienda – almeno ufficialmente – tenta di tenere la prua dritta. In una nota ufficiale, Ferretti ha fatto sapere che “tutelerà i propri diritti avvalendosi delle opportune consulenze legali”, confermando la piena operatività del management e degli organi sociali, che restano concentrati sull’esecuzione del piano industriale.
Una dichiarazione di routine che, però, fatica a nascondere le turbolenze di un assetto proprietario sempre più diviso tra l’anima industriale occidentale e il controllo azionario orientale.
La posta in gioco: tecnologie duali e un tesoretto militare
Ciò che rende questa battaglia contabile e giudiziaria ben più di una semplice schermaglia tra soci è l’oggetto del contendere. Ferretti non è solo un produttore di imbarcazioni da sogno; possiede una divisione sicurezza (Fsd) che, sebbene rappresenti una frazione irrisoria del fatturato (circa lo 0,4%), sviluppa pattugliatori navali, intercettori per forze speciali, sistemi di comunicazione criptata e sensoristica avanzata.
Si tratta di tecnologie cosiddette “dual use”, applicabili cioè sia in ambito civile che militare, la cui gestione, in un contesto di crescente tensione geopolitica e di attenzione da parte del governo italiano, diventa una polveriera.
Da qui la richiesta di misure cautelari avanzata da Kkcg: l’azionista teme che l’attuale governance, seppur formalmente legittima fino a prova contraria, possa permettere un trasferimento non controllato di questi dati sensibili verso i centri decisionali cinesi, un danno che sarebbe “difficile, se non impossibile, da invertire” una volta consolidato.




