Dazi Usa-Ue, l’accordo che divide: tra incertezze, rischi per l’Italia e la morsa cinese
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Redazione Interno
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Quattro mesi dopo la rielezione di Donald Trump, le domande che hanno invaso i motori di ricerca statunitensi – Cosa sono i dazi? A che servono? Chi li pagherà? – hanno cominciato a rincorrersi anche nel resto del mondo. L’annuncio del nuovo regime tariffario del 15% sui prodotti europei, sancito dall’intesa tra Trump e la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen il 2 aprile, ha spinto imprese e cittadini a fare i conti con una realtà che, nonostante le rassicurazioni, resta nebulosa.
Emma Marcegaglia, intervenuta sulla questione, non nasconde scetticismo: «L’incertezza non si può dire del tutto eliminata, visto che persistono versioni discordanti dello stesso accordo». L’imprenditrice, pur riconoscendo che alcuni settori potrebbero tirare un sospiro di sollievo, sottolinea come i dazi finiscano per essere una misura di sopravvivenza per arginare la concorrenza cinese, più che una soluzione strutturale. «Anche un’aliquota dell’1% sarebbe stata eccessiva», aggiunge, lasciando intendere che il 15% rischia di strangolare interi comparti.
I numeri diffusi dallo Svimez dipingono uno scenario preoccupante per l’Italia: un calo del Pil stimato in 6,3 miliardi (-0,3%) e una contrazione delle esportazioni fino a 8,6 miliardi (-14%), con oltre 100 mila posti di lavoro a rischio. Se a subire il colpo saranno soprattutto metallurgia, meccanica e farmaceutica, è la mancanza di chiarezza sull’accordo a generare ulteriori tensioni. Le due parti, infatti, sembrano interpretare diversamente alcuni punti chiave, come le eventuali esenzioni o la durata delle misure.




