Dazi Usa-Ue, l'accordo al 15% e il conto salato per l'Italia: tra Pil in calo e posti a rischio
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Redazione Interno
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Dopo la rielezione di Donald Trump, che ha riportato alla Casa Bianca una politica protezionista già sperimentata nel suo primo mandato, le ricerche online negli Stati Uniti si sono concentrate su tre domande: cosa siano i dazi, a cosa servano e, soprattutto, chi finirà per pagarli. Quattro mesi dopo, con l’entrata in vigore delle nuove tariffe il 2 aprile, la stessa curiosità – mista a preoccupazione – ha travalicato i confini americani, coinvolgendo imprese e consumatori europei. L’intesa siglata a fine luglio tra Washington e Bruxelles, che fissa dazi del 15% su una vasta gamma di prodotti, ha sì evitato l’incubo di aliquote più aggressive, ma non ha dissipato i dubbi sulle conseguenze economiche.
Emma Marcegaglia, voce autorevole del panorama imprenditoriale italiano, non nasconde scetticismo. «L’incertezza non è affatto superata», osserva, sottolineando come persino i testi dell’accordo presentino discrepanze. Per l’ex presidente di Confindustria, i nuovi dazi rischiano di trasformarsi in un «strumento di sopravvivenza» per le aziende europee, costrette a competere con la concorrenza cinese in un mercato distorto dalle barriere tariffarie. Le reazioni degli industriali, del resto, sono polarizzate: c’è chi plaude alla fine di mesi di attesa e chi, al contrario, considera anche un’aliquota minima come un freno inaccettabile.
I numeri, intanto, confermano i timori. Secondo un’analisi dello Svimez, l’Italia potrebbe subire un contraccolpo pari a 6,3 miliardi di Pil, con un calo delle esportazioni stimato attorno al 14%. A pesare è l’inclusione del comparto farmaceutico, tradizionalmente traino del made in Italy, nella lista dei settori colpiti dai dazi. Ma è sul fronte occupazionale che l’impatto si fa più drammatico: le stime parlano di 103mila unità di lavoro a rischio, un dato che getta ombre sulla già fragile ripresa post-pandemica.




