I dazi Usa-Ue e l’incognita per l’Italia: accordo raggiunto, ma il conto è ancora da pagare
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Redazione Interno
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Dopo la rielezione di Donald Trump alla Casa Bianca, milioni di americani hanno cercato freneticamente su Google cosa fossero i dazi, a cosa servissero e, soprattutto, chi avrebbe dovuto pagarli. Quattro mesi più tardi, con l’entrata in vigore delle nuove tariffe doganali, anche il resto del mondo ha cominciato a porsi le stesse domande. L’Europa, almeno in parte, ha ora qualche risposta, ma il vero impatto sull’economia rimane un’incognita.
L’accordo raggiunto tra Stati Uniti e Unione europea, siglato dopo l’incontro tra Trump e la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, si basa su una dichiarazione congiunta di sole tre pagine. Un testo che, seppur breve, nasconde numerose insidie. I settori coinvolti sono molti: dall’acciaio al digitale, dai farmaci all’agroalimentare, passando per energia e investimenti. Ogni voce rappresenta una potenziale mina vagante, capace di far deragliare i negoziati o di aggravare i costi per imprese e consumatori.
A preoccupare, in particolare, sono le ricadute sul tessuto produttivo italiano. Nel Lazio, Comune e Regione hanno lanciato l’allarme: con l’applicazione del dazio del 15%, rischiano di essere compromessi oltre diecimila posti di lavoro legati all’export. Roma ha già convocato sindacati e rappresentanti industriali per il 9 settembre, mentre la Regione discuterà la situazione due giorni prima. Il timore è che interi filiere, già sotto pressione, possano subire un colpo decisivo.
Non è solo il Lazio a tremare. In Emilia-Romagna, Maurizio Marchesini, vicepresidente di Confindustria e fondatore della Marchesini Group, non usa mezzi termini: «I dazi sono una rapina a mano armata». La sua azienda, specializzata in macchinari per il packaging farmaceutico, esporta in tutto il mondo e si troverà costretta a rivedere i listini. «Se l’Europa avesse risposto con controdazi – aggiunge – avremmo solo peggiorato la situazione».
L’incertezza regna anche sul fronte dei prezzi al consumo. Se alcune aziende potrebbero assorbire temporaneamente i costi, altre saranno obbligate a trasferirli sui clienti. Il risultato? Un rincaro generalizzato che rischia di pesare soprattutto sulle famiglie, già strette tra inflazione e stagnazione dei salari.




