Il fattore curdo e la guerra parallela dentro i confini dell’Iran

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’ottavo giorno di ostilità segna un’evoluzione tattica del conflitto che oppone gli Stati Uniti e Israele alla Repubblica Islamica: accanto ai raid incessanti dell’aviazione, che continuano a martellare infrastrutture militari e siti sensibili – compresi quelli situati nelle province occidentali del paese, a maggioranza curda – prende forma l’ipotesi di un fronte terrestre affidato non a contingenti regolari occidentali, bensì a milizie di opposizione curdo-iraniane. Fonti giornalistiche e dichiarazioni raccolte sul campo, in particolare nella zona del Kurdistan iracheno, delineano una strategia che punterebbe ad aprire un teatro di guerriglia all’interno dei confini persiani, sfruttando il malcontento storico e la capacità di mobilitazione di gruppi che da decenni si battono contro il centralismo di Teheran. Mentre i caccia statunitensi e israeliani colpiscono posti di frontiera, caserme dei pasdaran e basi delle forze di sicurezza, l’obiettivo dichiarato, secondo quanto riferito da analisti locali a testate internazionali, sarebbe quello di "ripulire il cielo" e distruggere i depositi di armi del regime, creando le condizioni minime di sopravvivenza per un'avanzata curda che, altrimenti, si configurerebbe come un'azione suicida. Il condizionale, però, rimane d'obbligo.

La smentita dei diretti interessati e il pressing della Casa Bianca

Nonostante le voci insistenti, rilanciate da alcuni media israeliani e statunitensi, circa l’ingresso in Iran di migliaia di combattenti curdi provenienti dall’Iraq, la realtà sul terreno appare più sfumata e complessa. Le principali sigle dell’opposizione curdo-iraniana – riunitesi da poco in una coalizione politica e militare che comprende, tra le altre, il Partito Democratico del Kurdistan d’Iran (KDPI) e il Partito per la Libertà del Kurdistan (PAK) – hanno smentito categoricamente l’inizio di qualsiasi operazione di terra. Intervistata dalla BBC, una portavoce del PAK è stata netta nel precisare che "non un solo peshmerga si è mosso", spiegando che l'eventuale attraversamento del confine avverrà solo quando la minaccia aerea sarà neutralizzata e gli arsenali dei pasdaran sufficientemente degradati. Una cautela che lascia trasparire la consapevolezza della disparità di forze in campo: di fronte alla struttura militare iraniana, equipaggiata con artiglieria e missili, i gruppi curdi dispongono prevalentemente di armamento leggero, ereditato in gran parte dalla lotta contro il sedicente Stato Islamico in Iraq. Dall’altro lato, la Casa Bianca gioca una partita complessa. Donald Trump, tornato alla presidenza, avrebbe sollecitato in colloqui telefonici i leader curdi sia iracheni che iraniani, spingendo per una scelta di campo netta a fianco di Washington e Gerusalemme. Tuttavia, la portavoce Karoline Leavitt ha ufficialmente smentito l’intenzione di armare direttamente i curdi, mentre il governo regionale del Kurdistan iracheno, stretto tra le pressioni americane e la minaccia di rappresaglie da parte di Teheran e delle milizie sciite irachene, si affretta a ribadire la propria neutralità, nel tentativo di non trasformare il proprio territorio in un’area di lancio per operazioni ostili contro il vicino.

I bombardamenti iraniani e la storia di una diffidenza antica

Nel frattempo, la risposta di Teheran non si è fatta attendere e ha assunto le sembianze di una vera e propria campagna preventiva contro le basi dei partiti curdi situate in Iraq. Missili balistici e droni hanno colpito in profondità nel territorio della regione autonoma, causando vittime tra i combattenti e distruggendo infrastrutture logistiche. Un’azione che mira a decapitare sul nascere qualsiasi tentativo insurrezionale e a lanciare un messaggio chiaro sia a Erbil che a Washington: il costo di un eventuale appoggio ai ribelli sarà altissimo. Ma al di là della contingenza militare, la vicenda si innesta su un substrato storico fatto di diffidenza e tradimenti. I curdi d’Iran, che rappresentano circa il dieci per cento della popolazione, portano impressa nella memoria collettiva la lezione del 1975, quando lo Scià e gli Stati Uniti li abbandonarono dopo averli usati contro l’Iraq, o quella del 1946, con la dissoluzione della effimera Repubblica di Mahabad dopo il ritiro dei sovietici. Più recentemente, la gestione della crisi in Siria, dove Washington ha di fatto acconsentito allo smantellamento dell’autonomia curda a nord-est da parte del nuovo governo di Damasco, ha riacceso il timore di essere considerati una mera pedina sacrificabile. In questo quadro, la cautela mostrata dalle leadership curde non è solo tattica, ma affonda le radici nella consapevolezza che le promesse di sostegno possono dissolversi rapidamente al mutare degli equilibri geopolitici, lasciando i combattenti soli di fronte alla vendetta del leone ferito.

La strategia indiretta e il nodo dell’intervento di terra

L’amministrazione Trump, pur escludendo ufficialmente un'invasione di terra sul modello iracheno o afghano, sembra quindi orientata verso una strategia di logoramento che utilizza forze surrogate. La scelta di puntare sui curdi, unica realtà organizzata in grado di muoversi con cognizione di causa nel territorio montuoso al confine, risponde alla logica di ottenere un effetto destabilizzante senza esporre i propri soldati a un conflitto prolungato e sanguinoso. Gli analisti citati dalle agenzie internazionali sottolineano come l'obiettivo non sia tanto l'occupazione permanente di porzioni di territorio, quanto piuttosto la creazione di una "testa di ponte" che costringa i pasdaran a disperdere le proprie forze su più fronti, alleggerendo la pressione altrove e alimentando, possibilmente, una scintilla che possa innescare sollevazioni popolari più ampie. Un calcolo che, tuttavia, si scontra con la frammentazione intrinseca del movimento curdo e con la realtà di un paese, l'Iran, dove i curdi sono una minoranza e non necessariamente in grado di trainare un movimento di rivolta nazionale. La partita, per ora, si gioca in bilico tra la propaganda, i silenzi diplomatici e l'eco delle bombe che cadono su entrambi i lati di una frontiera che qualcuno vorrebbe varcare, mentre la storia passata pesa come un macigno sulle decisioni del presente.

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