Lavitola resta in carcere, il Riesame conferma l'aggravante del metodo mafioso

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo
ESTERI Preferisci Informazione.News su Google

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Valter Lavitola resta in carcere. Il Tribunale del Riesame di Roma ha respinto l'istanza presentata dai difensori, gli avvocati Sergio e Arturo Cola, che chiedevano la sostituzione della custodia cautelare con gli arresti domiciliari presso un'abitazione in Basilicata. I giudici hanno confermato anche la contestazione dell'aggravante del metodo mafioso, un elemento che pesa in modo significativo sull'impianto accusatorio costruito dalla Procura di Roma.

L'ex editore, reo confesso, è accusato di essere il mandante e l'organizzatore dell'attentato dinamitardo ai danni di Sigfrido Ranucci, all'epoca conduttore del programma televisivo Report.

Le dichiarazioni in aula e la ricostruzione della difesa

Nel corso dell'udienza di lunedì scorso, l'imprenditore ha reso dichiarazioni spontanee davanti ai giudici, sostenendo l'esistenza di un legame personale con il giornalista. Secondo quanto riferito dai suoi legali, l'uomo ha affermato che con Ranucci c'era un grande rapporto di amicizia e che sperava come questo rapporto potesse riabilitare la sua figura, in una sorta di riscatto sociale.

La difesa ha inoltre precisato che l'indagato si è nuovamente assunto tutte le responsabilità come mandante dell'attentato, pur attribuendo l'idea dell'ordigno a Clesio Gomes Tavares, al quale avrebbe affidato un mandato in bianco con l'esplicita raccomandazione di non fare male a nessuno. Gli avvocati hanno anche ribadito l'insussistenza del movente politico ipotizzato dalla Procura, sottolineando come il conduttore non abbia mai inteso candidarsi ed entrare in politica.

Un ulteriore passaggio della memoria difensiva riguarda la competenza territoriale: secondo i legali, essa spetterebbe alla Procura di Avellino e non a quella di Roma, poiché il trasporto dell'esplosivo sarebbe partito da un comune della provincia irpina.

L'attentato del 16 ottobre 2025 e le indagini sui mandanti

La vicenda giudiziaria affonda le radici nella sera del 16 ottobre 2025, quando un ordigno contenente circa un chilo di esplosivo, composto da gelatina da cava e caratterizzato da una straordinaria capacità distruttiva, è stato fatto deflagrare davanti al cancello dell'abitazione del giornalista a Pomezia, in provincia di Roma. L'esplosione ha distrutto le due autovetture parcheggiate e danneggiato il muro perimetrale, in un contesto abitativo urbano che ha messo in pericolo la pubblica incolumità.

A fine giugno sono state arrestate quattro persone, gravemente indiziate di aver predisposto e fatto scoppiare l'ordigno: le indagini, condotte dai Nuclei Investigativi dei carabinieri di Roma e Frascati, hanno richiesto l'esame incrociato dei sistemi di videosorveglianza e dei tabulati telefonici, consentendo di ricostruire le fasi preparatorie ed esecutive dell'azione. Il commando avrebbe agito su commissione, dietro compenso economico, con un piano che prevedeva anche la fuga all'estero degli esecutori materiali.

Gli sviluppi investigativi e le accuse di depistaggio

Dall'analisi dei telefoni cellulari e del pc sequestrato all'imprenditore starebbero emergendo presunti buchi temporali nelle comunicazioni tra l'indagato e il giornalista, sia nella fase precedente all'attentato che in quella successiva. Si tratterebbe, secondo quanto filtra dall'inchiesta, di cancellazioni sospette nelle chat, elementi che hanno spinto gli inquirenti ad approfondire ulteriormente il quadro probatorio.

Sul fronte delle indagini, i pubblici ministeri della Direzione Distrettuale Antimafia, coordinati dal procuratore Francesco Lo Voi, avvieranno ulteriori filoni relativi agli affari finanziari dell'imprenditore, che aveva interessi legati al carbon credit in Africa.

Parallelamente, la Procura di Roma si prepara a chiedere l'estradizione di Clesio Gomes Tavares, cittadino camerunense attualmente latitante in Africa e accusato di essere stato l'intermediario tra il mandante e la banda che ha materialmente eseguito l'attentato; i magistrati starebbero concludendo la traduzione in francese degli atti per poi inviare una rogatoria internazionale propedeutica alla richiesta.

Le reazioni e il quadro politico

Sul fronte delle reazioni, Ranucci ha precisato che non esiste alcuna chat segreta tra la sua collaboratrice e Natàlia Potenza, ex moglie dell'indagato, spiegando che è stata mandata un'ordinanza già pubblica, su sua richiesta, e che si è trattato di un semplice messaggio di cortesia per sapere come stesse. Il conduttore ha anche annunciato che non intende candidarsi in politica, preferendo continuare a fare il giornalista.

Secondo la vicepresidente del gruppo di Fratelli d'Italia al Senato, Antonella Zedda, per mesi si sarebbe assistito a una campagna di vittimismo mediatico in cui il giornalista, con la sponda della sinistra, avrebbe cavalcato l'attentato subìto per gettare discredito sul partito, evocando inesistenti climi d'odio e matrici politiche.

Anche per il vicecapogruppo di Fratelli d'Italia alla Camera, Stefano Maullu, emergerebbero nuovi dettagli che delineano un quadro ancora più inquietante, con l'ipotesi che il conduttore avrebbe utilizzato canali di comunicazione segreti per scambiarsi documenti riservati dell'indagine con l'imprenditore, concordando poi una versione comune. Gli avvocati dell'indagato hanno sostenuto l'assoluta falsità della circostanza relativa all'esistenza di una chat, avendo appreso del contenuto dell'ordinanza solamente con la discovery degli atti del relativo procedimento penale.

Puoi riutilizzare questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.