Il paradosso delle primarie e la guerra per il campo largo: sinistra divisa tra veti, poesia e tribunali
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Redazione Interno
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L’esito referendario, favorevole al no, ha generato un cortocircuito piuttosto che una chiara spinta propulsiva per il centrosinistra. L’illusione, stando a quanto osservato da Papetti, è quella di tradurre quel risultato in una prossima vittoria elettorale, affrettando così i tempi su chi dovrà essere il prescelto delle primarie. E qui, spostando il fuoco dal programma alla persona che lo interpreta, si rivela il primo paradosso: un meccanismo che, da un lato, segna un indubbio slancio vitale, dall’altro espone senza filtri la fragilità di una leadership realmente condivisa.
La crisi, che ormai dura da decenni per una sinistra progressista incapace di offrire un’alternativa solida alle trasformazioni geopolitiche e socioeconomiche globali, ha prodotto un effetto tangibile: la rinuncia alla selezione interna dei rappresentanti. Le responsabilità collegiali, una volta pilastri dell’identità di partito, sono state delegate a un “indistinto popolo delle primarie” chiamato a eleggere un capo. A rendere il quadro ancor più instabile, però, sono le mosse simultanee dei due leader in campo. Se da un lato il “guru” Bettini, secondo fonti interne, avrebbe dato il benservito a Elly Schlein, dall’altro Giuseppe Conte si riposiziona con cautela, persino sui dossier americani: un riposizionamento a tavola, fatto di aperture misurate e silenzi eloquenti.
La poesia di Grillo come atto d’accusa
Sullo sfondo di queste manovre, la frattura interna al Movimento 5 Stelle ha assunto i toni di una resa dei conti giudiziaria. Beppe Grillo, il fondatore, ha scelto un mezzo inconsueto per dichiarare guerra all’attuale leadership: i versi di Giorgio Caproni (“Se non dovessi tornare, sappiate che non sono mai partito”) per annunciare la volontà di portare Conte in tribunale. L’obiettivo dichiarato è riappropriarsi del simbolo, un bene conteso che vale più di qualsiasi alleanza programmatica. Di fatto, l’ex comico ha aperto un fronte legale che rischia di trasformarsi in una grana pesantissima per l’ex premier, specie a ridosso delle Politiche 2027, quando il confronto con la Schlein per la guida del “campo largo” entrerà nel vivo. Una guerra aperta, insomma, dove il tribunale potrebbe decidere più dei congressi.
L’isolamento di Schlein e la previsione dell’autorevole esponente
“Anche stavolta non ci hanno visto arrivare”. Parole che Elly Schlein pronunciò subito dopo la sua elezione a segretaria e che, a distanza di tempo, sembrano riassumere il presente: solo che adesso è lei a dover guardare le spalle. Prima del referendum, i dem lodavano le primarie come strumento di legittimazione; adesso, nei ragionamenti interni, molti compagni temono che un’eventuale tornata finirebbe dritta nelle fauci di Conte, capace di attrarre consensi trasversali. E la segretaria? Sempre più isolata, parlerebbe solo con la sua cerchia ristretta. Un autorevole esponente del Pd, all’indomani del voto referendario, aveva rilasciato una previsione oggettiva e disinteressata: «C’è un rischio di hybris, di ubriacatura per la vittoria. Aumenterà lo scontro tra Elly e Conte. Lui, da ex premier, ha rapporti con certi mondi, con pezzi del partito, con il deep state. Lei parla solo con i suoi. E queste cose, nelle primarie, sono foriere di problemi». Oggi quella previsione si sta semplicemente avverando.
Totopremiership e il programma rimandato a domani
A sinistra è già totopremiership: il nome del candidato premier divora ogni altra discussione. Eppure, il paradosso segnalato da Papetti resta ineludibile. La selezione del capo, demandata a un voto aperto, non risolve il vuoto programmatico. Anzi, lo amplifica, perché sposta la posta in gioco sulle alleanze liquide e sugli equilibri giudiziari, come nel caso della causa tra Grillo e Conte, o sulle solitudini della Schlein. La poesia di Caproni, scelta da Grillo, suona allora come un congedo ironico: «Il mio viaggiare è stato tutto un restare qua, dove non fui mai». Dentro questo ossimoro, forse, si legge tutta la difficoltà di una sinistra che viaggia senza muoversi, inchiodata alle sue primarie e alle sue guerre personali, senza ancora aver scritto una riga del futuro che dice di volere.




