La “linea gialla” avanza a Gaza: il territorio occupato raggiunge il 59 per cento mentre la tregua viene violata giorno dopo giorno
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Redazione Esteri
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L’attenzione dei media internazionali, come spesso accade quando si aprono altri fronti, si è spostata altrove. Eppure, nella Striscia di Gaza, il cessate il fuoco – se così si può definire un accordo costantemente violato – non ha mai portato quel sollievo che la parola “tregua” lascerebbe intendere. Anzi, mentre i riflettori si accendevano sulle tensioni con l’Iran, il territorio palestinese ha continuato a subire una lenta ma inesorabile erosione, sia dal punto di vista demografico che geografico. A certificarlo, ormai, non sono solo le denunce delle organizzazioni umanitarie, ma i numeri forniti dall’esercito stesso e dalla sua radia ufficiale, Galei Zahal: la cosiddetta “linea gialla”, quel confine mobile che segna la massima avanzata delle forze di occupazione, è stata spostata ulteriormente verso ovest coprendo, ad oggi, il 59 per cento dell’intera Striscia.
Per comprendere l’entità di questa espansione, basti pensare che nell’ottobre del 2025 – data di entrata in vigore teorica dell’attuale tregua – il controllo israeliano si attestava al 53 per cento. In pochi mesi, dunque, l’esercito ha guadagnato terreno in modo silenzioso ma costante, approfittando di una fase politica in cui la comunità internazionale sembra avere altri pensieri per la testa. L’area un tempo fertile, quella a est dove i campi coltivati si perdevano all’orizzonte, è stata sostituita da un paesaggio lunare fatto di polvere e macerie; un grigiore che definisce il nuovo assetto di una regione smembrata. E non si tratta solo di un’acquisizione territoriale fine a se stessa: alti funzionari dello Stato Maggiore israeliano, secondo quanto riferito dai media locali, stanno facendo pressioni per tornare a combattere su vasta scala, forti della riduzione del contingente sul fronte libanese che ha permesso di dirottare truppe regolari verso sud.
Bilancio di 72.608 martiri e l’agonia del giorno 938
Il conteggio dei corpi, in questo contesto, non si è mai fermato. Anzi, la tregua ha paradossalmente offuscato la percezione della violenza quotidiana. Sabato mattina il ministero della Salute, che continua a operare nonostante le difficoltà estreme, ha aggiornato il bilancio delle vittime dall’inizio della guerra, il 7 ottobre 2023, portandolo a 72.608 martiri. Un numero che, come notano gli osservatori, è destinato a crescere non solo per i bombardamenti, ma anche per il collasso del sistema sanitario e la carestia strisciante.
A queste vittime censite, vanno aggiunti i feriti, ormai 172.445, molti dei quali destinati a restare invalidi a vita in un territorio privo di ospedali funzionanti. Ciò che emerge da questo giorno 938 di conflitto – se consideriamo l’inizio della grande escalation – è la consapevolezza che la popolazione non ha mai goduto di una sola ora di vera pace. Le violazioni del cessate il fuoco sono state talmente sistematiche da diventare, di fatto, la norma. Secondo i dati diffusi dalle stesse fonti palestinesi, da ottobre 2025 a oggi, solo durante il periodo della tregua, sono state uccise 828 persone; un massacro parallelo che non fa notizia perché avviene a “conflitto fermo”.
L’escalation mirata: poliziotti nel mirino per sprofondare Gaza nel caos
Ma c’è una novità tattica, emersa chiaramente nelle ultime settimane, che merita un’analisi approfondita. Non si tratta più solo di bombardare a caso le aree residenziali. Le forze di occupazione, con l’uso massiccio di droni e artiglieria, hanno avviato una campagna mirata contro le forze di polizia e i presidi di sicurezza interna. L’obiettivo, dichiarato nei fatti più che a parole, è quello di far saltare il già fragile sistema di ordine pubblico che la resistenza aveva cercato di mantenere in piedi per evitare il caos totale.
In diverse incursioni, nella zona di Al-Mawasi a Khan Yunis e vicino alle torri di Al-Qastal a Deir al-Balah, i raid aerei hanno centrato veicoli della polizia e posti di blocco, provocando decine di vittime tra gli agenti. Il ragionamento strategico dietro questa scelta è spietato ma lineare: se si uccidono i medici, si distrugge la sanità; se si uccidono i poliziotti, si spiana la strada alla criminalità comune, allo strapotere dei signori della guerra locali e al saccheggio degli aiuti umanitari. In un territorio dove due milioni di persone sono stipate in aree sempre più ristrette, l’assenza di sicurezza spinge la popolazione verso due sole direzioni: la sottomissione totale o la fuga.
L’espansione silenziosa mentre i negoziati vanno a rilento
Sul fronte politico-diplomatico, la situazione è in una fase di stallo che favorisce inevitabilmente l’occupante. I negoziati per la seconda fase dell’accordo – quella che dovrebbe teoricamente affrontare i nodi cruciali come il “disarmo della resistenza” e il ritiro completo dei carri armati – sono congelati. Hamas accusa il governo guidato da Netanyahu di utilizzare i negoziati come “copertura” per continuare la guerra con altri mezzi, violando la “spirito” dell’intesa raggiunta a Sharm El-Sheikh.
Da parte sua, la componente più falca dell’esecutivo israeliano spinge per una ripresa su vasta scala delle ostilità, ritenendo che questo sia il momento migliore per infliggere il colpo definitivo, approfittando della frantumazione dell’attenzione globale. Intanto, sul terreno, l’esercito si limita a consolidare le posizioni: quella linea gialla che avanza non è solo una questione militare, ma una ridefinizione dei confini de facto della Striscia, che viene smembrata e ridotta a cantoni isolati di facile controllo. Il colore viene – cancellato da quella terra – non è più il verde della vita, ma il grigio della polvere da sparo.




