Bergamo e Veneto nella morsa dell'influenza, ospedali al limite

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Le ultime settimane dell'anno scorso, nel cuore delle festività, hanno impresso una pressione senza precedenti sui pronto soccorso del Nord Italia, dove un'ondata influenzale particolarmente severa ha prodotto un vero e proprio assalto alle strutture d'emergenza. A Bergamo, ad esempio, il direttore del Centro di Emergenza Alta Specializzazione dell'Ospedale Papa Giovanni XXIII ha spiegato come, in alcuni giorni fra Natale e Capodanno, si sia registrato un incremento del 20% degli accessi, un dato che – se da un lato allarma – dall'altro trova un riscontro speculare nell'aumento, pari al 20-25%, dei ricoveri ordinari, per i quali sono stati necessariamente creati nuovi posti letto. Questo sforzo organizzativo, seppur notevole, ha permesso di gestire un flusso di pazienti che, complice la virulenza dei ceppi in circolazione, ha mostrato un profilo clinico spesso complesso, legato a complicanze respiratorie.

L'emergenza si estende al Veneto con picchi del 30%

La situazione non è stata differente nella vicina regione Veneto, dove la percentuale di crescita degli accessi ai dipartimenti d'emergenza ha toccato, in alcuni casi, la soglia del 30%, riportando negli ospedali scenari che si credevano archiviati. La necessità di far fronte a un'ondata così imponente di ricoveri, molti dei quali per polmoniti post-influenzali, ha obbligato le aziende sanitarie a ricorrere a misure straordinarie, come il posizionamento di letti aggiuntivi – i cosiddetti "letti bis" – non solo nei reparti tradizionalmente deputati, ma anche in aree come la Chirurgia o la Cardiologia, visto che le Terapie intensive e semi-intensive, insieme alle Pneumologie, risultavano sature da oltre un mese. Questa riconfigurazione forzata degli spazi, che ha visto persino la ricomparsa delle barelle nei corridoi, ha naturalmente comportato il rinvio di numerosi interventi e degenti programmati, con un impatto a catena sull'intera attività ospedaliera.

La pressione persiste nonostante il calo dei contagi

Sebbene i più recenti bollettini epidemiologici segnalino, a livello nazionale, una prima flessione nell'incidenza dei virus influenzali – attestandosi attorno ai 14 casi ogni mille assistiti – gli operatori sanitari sottolineano come la pressione dentro gli ospedali rimanga estremamente elevata. Gli pneumologi, in particolare, confermano che l'impegno procede a ritmi serrati, poiché il numero di persone ricoverate per gravi problemi respiratori correlati all'infezione resta alto; una discrepanza, questa, tra i dati di diffusione nella popolazione e la situazione clinica negli ospedali, che si spiega con il decorso e la durata media delle ospedalizzazioni per le complicanze più serie, le quali continuano a impegnare i reparti ben oltre il picco dei contagi.

Il collasso delle ambulanze a Roma e la crisi sistemica

L'effetto domino di questa ondata epidemica si è riverberato in modo drammatico anche sul sistema dei soccorsi extraospedalieri, come dimostra la situazione critica registrata a Roma nelle prime settimane di gennaio. Le associazioni del settore hanno denunciato tempi di attesa per le ambulanze, una volta giunte al pronto soccorso, che in un caso estremo hanno superato le undici ore, con altre attese di sei o tre ore diventate purtroppo consuete in diversi grandi nosocomi della Capitale. Questi tempi di "blocco" dei mezzi e degli equipaggi, imprigionati nelle strutture a causa dell'ingolfamento dei reparti di accettazione, indicano una congestione che va ben oltre la singola emergenza stagionale, segnalando una sofferenza sistemica nella capacità di risposta della rete dell'emergenza-urgenza, stretta tra la carenza di personale, la limitatezza dei mezzi e un afflusso di pazienti che, in periodi di picco, diventa insostenibile.

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