Winterthur, l’ombra nera dello Stato Islamico e il giallo psichiatrico dell’accoltellatore

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Non è bastato che l’arma si spezzasse durante l’azione – un intoppo tecnico che ha evitato conseguenze ben più gravi – per ridimensionare la matrice dell’attacco.

A Winterthur, questa mattina, le autorità svizzere hanno usato senza tentennamenti la parola “terrorismo” per definire l’accoltellamento che ha ferito tre uomini alla stazione ferroviaria; un verdetto, quello pronunciato dal responsabile della sicurezza di Zurigo Mario Fehr, che si basa non solo sulla dinamica dell’aggressione ma anche sul profilo dell’assalitore, un cittadino con doppio passapollo elvetico e turco le cui frequentazioni affondano nelle sabbie nere del radicalismo jihadista.

Il sospettato, che si chiama Nesip Dedeler (31 anni, nato in Svizzera ma di origini turche), era già nei radar dell’antiterrorismo per la diffusione di materiale propagandistico dell’ISIS risalente addirittura al 2015.

La cellula dormiente di Winterthur e i legami con l’ISIS

L’inchiesta aperta dalla Procura federale non si ferma al gesto solitario – perché gli inquirenti ritengono che Dedeler abbia agito da solo – ma scava nel reticolo sotterraneo della scena jihadista locale, che da anni rappresenta un serbatoio di reclutamento per lo Stato Islamico. Secondo un atto d’accusa già depositato nella primavera del 2023 nei confronti di un altro recidivo (Visar L., condannato per appartenenza all’ISIS), Dedeler veniva collocato all'interno di una cellula attiva nell’area Winterthur-Zurigo, composta da una quarantina di individui.

I verbali di sorveglianza lo descrivono come una rotella fondamentale dell’ingranaggio logistico: tra i suoi compiti, stando a quanto ricostruito, rientravano l’organizzazione di incontri clandestini in locali affittati per “sessioni di addestramento” a bordo di auto, la condivisione di video cruenti e l’ascolto di inni (nasheed) che esaltano il martirio.

La falla nella sicurezza: clinica rimandato a casa

Ciò che trasforma questo episodio in un caso giudiziario di straordinaria complessità, però, è la sequenza di eventi immediatamente precedente l’assalto. Solo tre giorni prima dell’aggressione, Dedeler aveva contattato la polizia municipale formulando delle “dichiarazioni confuse” – tanto che gli operatori avevano disposto il suo trasferimento in una struttura psichiatrica per accertamenti.

E qui scatta il nodo critico: nonostante il suo passato da simpatizzante dell’ISIS e la sua instabilità psicologica, un medico della clinica lo ha giudicato “non pericoloso né per sé né per gli altri” nella giornata di mercoledì, autorizzandone la dimissione. Meno di ventiquattr’ore dopo, Dedeler impugnava un coltello nella hall della stazione, ferendo tre svizzeri di 28, 43 e 52 anni (il più grave, colpito alla coscia, è stato operato e resta ricoverato, mentre gli altri due sono già stati dimessi).

La condanna del Consiglio islamico e la distinzione teologica

Di fronte all’eco dell’attacco, che ha scosso non solo l’opinione pubblica ma anche le istituzioni federali (il presidente Guy Parmelin ha parlato di “profondo shock”), è arrivata la presa di distanza del Consiglio centrale islamico svizzero. L’organismo, in una nota ufficiale, ha definito il gesto come “vile e barbaro” – si legge nel comunicato –, specificando che “se questo legame con l’ISIS dovesse essere confermato, avremmo a che fare con l’opera di un’ideologia che non ha nulla in comune con l’Islam”.

Una precisazione, questa, che mira a separare nettamente la fede dalla deriva settaria, ribadendo che lo Stato Islamico non è un movimento religioso bensì una “setta terroristica perversa” il cui unico scopo è diffondere discordia e rovinare la reputazione dei musulmani. Le indagini, ora, dovranno chiarire se l’attentatore abbia agito sotto la diretta influenza di comandi esterni o se, come temono alcuni investigatori, la sua stessa fragilità mentale sia stata strumentalizzata per trasformarlo in un “lupo solitario”.

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