Polizze catastrofali, la proroga è solo un primo passo per le piccole imprese

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L’obbligo di dotarsi di una copertura assicurativa contro gli eventi catastrofali, introdotto per proteggere il tessuto produttivo nazionale da calamità come terremoti e alluvioni, sta sollevando un coro di perplessità ben motivate tra le micro e piccole imprese, le quali – è bene ricordarlo – costituiscono la spina dorsale dell’economia italiana. La scadenza fissata al prossimo 31 dicembre 2025, sebbene posticipata rispetto ai termini previsti per le aziende di maggiori dimensioni, viene percepita come un’incombenza gravosa, tanto da spingere associazioni di categoria come Cna Macerata a richiedere con insistenza un’ulteriore dilazione generalizzata. La preoccupazione, del resto, affonda le sue radici in un contesto economico già segnato dall’aumento dei costi energetici e gestionali, dove l’onere di una nuova polizza rischia di tradursi in un fardello insostenibile per migliaia di attività, mettendone a repentaglio la sopravvivenza stessa.

Le richieste del settore turistico e della pesca

Una simile istanza trova eco anche in altri comparti, ciascuno con le proprie specificità operative. Federalberghi, pur esprimendo apprezzamento per la recente proroga al 31 marzo 2026 concessa dal ministro del Turismo alle imprese del settore, avanza una proposta concreta per rendere il mercato più trasparente ed equo. Il presidente Bernabò Bocca chiede infatti la creazione di un comparatore neutrale, uno strumento informatico simile a quello utilizzato per le polizze auto, che permetta finalmente un confronto chiaro sui costi delle varie coperture offerte dagli istituti assicurativi. Un meccanismo del genere, secondo gli albergatori, è fondamentale per evitare speculazioni e per garantire che la tutela del proprio patrimonio non si trasformi in una spesa opaca e difficilmente controllabile.

Il rinvio ottenuto dal mondo ittico

Nel frattempo, un passo avanti significativo è stato compiuto per il settore della pesca e dell’acquacoltura, dove la pressione associativa ha prodotto un risultato tangibile. Con l’approvazione del decreto Milleproroghe, il Governo ha infatti rinviato al 31 dicembre 2026 l’entrata in vigore dell’obbligo per queste categorie. Paolo Tiozzo, vicepresidente di Confcooperative Fedagripesca, ha definito la misura come “necessaria e attesa”, sottolineando come la formulazione originaria avrebbe potuto avere conseguenze drammatiche per un’infinità di piccole imprese cooperative, già alle prese con le incertezze legate ai mutamenti climatici e all’instabilità dei mercati. Questo rinvio, se da un lato allevia un’immediata pressione economica, dall’altro apre uno spazio di riflessione sulla sostenibilità a lungo termine dello strumento assicurativo così come è stato concepito.

Una questione di equità e sostenibilità

La discussione, quindi, si sposta inevitabilmente dal semplice quando al come. La richiesta di proroga universale avanzata da Cna non è fine a se stessa, ma rappresenta la premessa per un ripensamento complessivo della misura, affinché essa non penalizchi chi ha minori margini di guadagno e di resistenza finanziaria. L’intenzione del legislatore di creare una rete di sicurezza per le imprese è condivisibile, soprattutto in un Paese dal territorio fragile e storicamente esposto a rischi idrogeologici e sismici; tuttavia, l’applicazione pratica non può prescindere da un’analisi realistica della capacità contributiva dei destinatari. Serve, in altre parole, un equilibrio tra la necessaria tutela del sistema produttivo e la concreta fattibilità economica per gli operatori più piccoli, magari attraverso meccanismi di agevolazione o, come proposto, strumenti che garantiscano trasparenza e concorrenza tra le compagnie.

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