La caduta di Damasco e la fuga di Assad
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
All'indomani della caduta di Damasco e della rocambolesca fuga di Bashar al-Assad a Mosca, la Siria, liberata dalle forze antigovernative, si interroga già sul suo futuro. Le principali cancellerie europee e internazionali sono al lavoro per garantire che la transizione dei poteri sia quanto più rapida, lineare e pacifica possibile. La parola d'ordine è "evitare il caos" in un Paese dilaniato da anni di guerra civile e facilmente penetrabile da chi intenda trasformarlo in un teatro di guerra per procura o, peggio, in un nuovo luogo di rinascita per i jihadisti dell'Isis.
Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite terrà una riunione d'emergenza stasera sulla Siria, dopo la caduta del regime di Damasco. Il Paese è ora in mano ai ribelli guidati dal gruppo jihadista Hayat Tahrir al-Sham. L'ormai ex presidente Bashar al-Assad è fuggito a Mosca, dove gli è stato concesso asilo politico. Il rovesciamento del regime è stato definito "una vittoria per la nazione islamica" dal leader degli insorti, al-Jolani.
Le rassicurazioni prevalgono sulle apprensioni, ma è comunque la prudenza a dominare i commenti in Siria e in gran parte del Medio Oriente, all'indomani dell'uscita di scena di Bashar al-Assad e della presa del potere a Damasco delle forze di opposizione del Hayat Tahrir al-Sham (HTS), le milizie guidate da Abu Mohammed al-Jolani. Il parroco di Aleppo, padre Bajhat Karakach, ha dichiarato: "Ieri mattina, domenica, ci siamo svegliati con la notizia della caduta di Damasco e della fuga di Assad".
Il crollo in Siria del regime guidato per 24 anni da Bashar al-Assad, e prima ancora per quasi 30 anni dal padre Hafez, è l'ultimo colpo di coda della cosiddetta "Primavera Araba", un movimento pro-democrazia che, a partire dalla "Rivoluzione dei gelsomini" in Tunisia alla fine del 2010, ha scardinato equilibri che sembravano inscalfibili nel grande Medio Oriente




