Sequestrati 80 mila euro a Cuffaro, indagato per appalti pilotati
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
I carabinieri del Ros hanno sequestrato circa ottantamila euro in contanti a Salvatore Cuffaro, l'ex presidente della Regione Siciliana, nel corso delle perquisizioni disposte dalla Procura di Palermo la scorsa settimana. La somma, che è stata suddivisa in due parti uguali, è stata rinvenuta dai militari in luoghi distinti: una metà, circa quarantamila euro, era custodita all'interno di una cassaforte ubicata nella sua abitazione palermitana; l'altra metà, di identico importo, è stata invece scoperta nella tenuta di campagna che Cuffaro possiede a San Michele di Ganzaria, in provincia di Catania. L'operazione si inserisce in un'indagine più ampia, coordinata dalla magistratura, che vede Cuffaro e altre diciassette persone, tra le quali spicca la figura dell'ex ministro Saverio Romano, indagati per associazione a delinquere finalizzata alla turbativa d'asta e alla corruzione, in un quadro di presunti appalti pilotati.
Le dichiarazioni dei legali sul denaro sequestrato
Gli avvocati difensori di Cuffaro, Giovanni Di Benedetto e Marcello Montalbano, hanno prontamente replicato alle notizie riguardanti il sequestro, rilasciando una nota in cui negano qualsiasi connessione tra il denaro rinvenuto e le accuse mosse al loro assistito. Secondo quanto precisato dai penalisti, soltanto una parte della somma, stimata in circa trentamila euro, proverrebbe dalla vendita di prodotti agricoli, attività che sarebbe supportata da documentazione fiscale regolare. La restante parte, che costituisce la maggioranza del contante sequestrato, viene descritta come composta da "banconote oltremodo datate, usurate e inutilizzabili", quasi a volerne sottolineare la natura non riconducibile a flussi finanziari recenti o illecite.
L'informazione anticipata e le polemiche istituzionali
Un aspetto peculiare dell'inchiesta riguarda le modalità con cui Cuffaro e Romano avrebbero appreso dell'esistenza delle indagini a loro carico. Secondo le ricostruzioni, i due politici non sarebbero stati avvertiti da un "colonnello" o da un uomo dei Servizi, bensì da una loro vecchia conoscenza, la quale a sua volta era venuta a conoscenza dei dettagli investigativi tramite il proprio genero, un carabiniere in servizio presso la Direzione Investigativa Antimafia. Questo avvertimento, corredato dall'esplicita raccomandazione di "essere molto prudenti", sarebbe circolato in una data certamente antecedente al 9 ottobre dello scorso anno, giorno in cui Cuffaro aveva ricevuto a casa propria proprio la persona che lo aveva informato. In un altro contesto, sono inoltre emerse dichiarazioni, attribuite a una "talpa" vicina a Cuffaro e Romano, che hanno attaccato violentemente i magistrati, accusandoli di "inventare" le accuse e definendo il tribunale di Palermo "una sezione del Partito comunista".
Lo sviluppo procedurale dell'inchiesta
Sul capo di Cuffaro, che già in passato ha affrontato procedimenti giudiziari, pende ora una formale richiesta di arresto per i reati contestati. L'interrogatorio dinanzi al giudice per le indagini preliminari, fissato per venerdì, rappresenterà un passaggio cruciale per definire la posizione dell'ex governatore. L'inchiesta della Procura di Palermo continua a svilupparsi, concentrandosi sulla ricostruzione dei meccanismi che avrebbero portato all'aggiudicazione di appalti pubblici attraverso un sistema di accordi illeciti, mentre le indagini proseguono per accertare le responsabilità di tutti i soggetti coinvolti.




